Band rock'n'roll in quintessenza, tutta posa e attitudine dalla punta acuminata degli stivaletti fino all'ultimo capello della zazzera spettinata, i Tribes si producono in una collezione di anthem supergiovani, in bilico tra Razorlight, Kooks, We Are Scientists, Rooney (li ricordate?), Libertines (e successive biforcazioni), Cribs, volendo anche ultimi Kings Of Leon ("Alone Or With Friends") e via discorrendo. L'inquietante sensazione di dejavu a tratti sconcerta: ma davvero qualcuno che segua il rock, soprattutto albionico, da più di un quinquennio può dirsi sinceramente interessato alle gesta di questi quattro furfanti patentati? La risposta è evidentemente sì, almeno a giudicare dal buon successo che il disco sta raccogliendo. Le ragioni vanno ricercate soprattutto in ritornelli romantici e un po' civettuoli, che piacciono... perché si piacciono (le varie "We Were Children", "Corner Of An English Field", "Sappho" o "When My Days Come", forse la migliore) e che si srotolano con passo trionfale e guascona protervia, affondando nel tenero burro di giovani cuori imberbi in attesa del loro battesimo d'amore.
In recenti interviste rilasciate a Nme, membri di Kaiser Chiefs e Kasabian hanno parlato di un crisi recessiva pressoché irrimediabile per il guitar-rock (anche se questi signori dovrebbero forse interrogarsi su quello che succede in casa loro, prima di condannare lagnosamente gli altri). A sentire tuttavia dischi come quelli recentissimi di Maccabees o Field Music la sensazione è che oggi invece, a volerlo, si possano ancora incidere ottimi album a base di chitarre. Detto questo, e lo si prenda come una considerazione del tutto personale, un lavoro come "Baby" (argh!) sembra quasi rappresentare l'argomento definitivo per vendere la Fender e darsi una volta per tutte al pilates.
(30/01/2012)


