Ultravox

Brilliant

2012 (Emi) | synth-pop

Il mio amico e compare radiofonico Davide Sechi ha una teoria filo-lombrosiana riguardo le reunion, che recita più o meno cosi: "Se l'aspetto esteriore dell'artista tradisce trasandatezza e/o scarsa rispondenza ai canoni estetici originari, la proposta musicale sarà la diretta conseguenza di tale involuzione". Segue poi una spiegazione che aiuta a capire meglio: "...perché vedi, Marco, se un musicista si abbruttisce di norma è perché non ha più l'esigenza di mantenere la propria immagine tirata a lucido, se non ha più questa necessità probabilmente è perché ha perso il contatto con il palco e con il pubblico e quindi facilmente ha trascorso gran parte del tempo al pub, o accomodato in poltrona con una birra. Insomma, a fare di tutto fuorché creare. Magari il talento rimane inalterato, ma si perde quella reattività che fa tirar fuori qualcosa di realmente ispirato e in linea con le aspettative".

Peccato. Speravo di recitarvi la giaculatoria sul gruppo dei vecchi padri della new wave romantica che salgono a noi dai fondali del Tempo per far capire una volta per tutte ai vari Killers, Editors, Arcade Fire (perché no?) e compagnia emulante chi è il detentore delle chiavi di ogni segreto. E invece niente, eccomi piuttosto nella sgradita parte dell'antico fan che ripiega sulle teorie sechiane di antropologia musicale per provare a rispondere, in fin dei conti, alla domanda che mi è capitato di leggere su un blog qualche settimana fa. Dopo il solo ascolto del singolo si sparava a tutto schermo un lapidario "Ultravox release a new album after 26 years. Why?" Già, perché? Più una sentenza senza appello che un quesito retorico. E che per giunta contiene nel titolo la sottile crudeltà (voluta?) di far risalire l'ultima uscita non già a diciotto anni orsono ("Ingenuity", col solo Billy Currie nella trasfiguratissima line-up) e neppure a dieci anni prima, quando cioè "Lament" sancì la fine del progetto con tutti i componenti che ritroviamo oggi. Nossignori, con quell'infido ventisei anni si va a parare proprio nella caporetto degli ultravoxiani più irriducibili, di coloro cioè che hanno resistito indomiti al passaggio da John Foxx a Midge Ure riuscendo a prendere le parti di entrambi, forti com'erano (eravamo) della debolezza di argomentazioni volte a discettare su ipotetiche e, fino a quel momento, infondate prostituzioni commerciali.
Sto parlando di "U-Vox", ovvero il momento in cui il buon Midge - corroborato dall'inebriante successo solista post-Live Aid di "The Gift" - decide di prendere in mano la situazione e di colpirci i timpani con la deriva la più banale possibile di tutta quella struggente meraviglia partorita nel lustro '80-'84: soltanto che il lungimirante Warren Cann aveva capito in anticipo l'antifona e se l'era data a gambe levate.

Vi ho messo in guardia a sufficienza? Forse ben oltre le mie reali intenzioni, giacché "Brilliant" è sì peggiore rispetto alle più rosee aspettative, ma anche un po' meglio rispetto agli enunciati punti più bassi. Magra consolazione, direte voi, ma tant'è. Eppure c'era più di un motivo per sperare in una grande rentrée, a cominciare dal rinnovato entusiasmo apprezzato nel primo reunion tour del 2009, proseguendo con le iniziali dichiarazioni che escludevano in modo netto l'uscita di nuovo materiale (se poi hanno sentito l'urgenza di comporlo un motivo ci sarà, pensai...) e poi quelle di un entusiasta Billy Currie in corso d'opera, per finire con la produzione, a cura di quel Stephen Lipson già braccio destro di Trevor Horn, e dunque corresponsabile delle fortune dei Frankie Goes To Hollywood, di Grace Jones e ancor più dei Propaganda (al cattivone che è in me non sfugge il nome di Valerio Scanu fra i recenti fruitori delle sue grazie ma, anche in questo caso, l'insinuazione andrebbe davvero oltre il voluto).

Che la proposta miri ad aggredire il palato dei fan più accaniti lo si capisce sin dall'inizio: "Live" è il classico anthem ureiano base-brigde-ritornello con tanto di "oh oh oh ohh" e schitarrata a supporto, e debbo dire che la sua figura la fa, tanto da farti pensare che 1) sarebbe stato meglio proporla come singolo; 2) le premesse per sentirsi dire qualcosa "da Ultravox" ci sono tutte, e fa niente se poi, a mente fredda, realizzi che una "A Friend I Call Desire", messa lì giusto per chiudere un gran disco come "Lament", le faccia un discreto baffo.
Poi arriva "Flow", un pop elettronico da far la gioia dei Killers che finalmente potrebbero dire di avere un'altra canzone di cui si ricorda qualcosa a parte le due sul totale dal 2004 a oggi, e quindi il discusso singolo "Brilliant", una sorta di "Reap The Wild Wind" che però, a differenza di quest'ultima, non lascia presagire fra le sue pieghe un album a colpi di "Visions In Blue" e di "Hymn": benino insomma, ma... Se "Change" passa via un po' così senza infamia né lode, "Rise" mette a fuoco l'obiettivo su robotizzazioni prossime all'era "Systems Of Romance", in un curioso contatto con le odierne produzioni di Foxx, con uno di quei micidiali assoletti di synth che solo Billy sa fare e che alla prova degli ascolti si rivela come la migliore del lotto, per quanto Midge provi a minarla, senza riuscirvi, con un risparmiabile falsetto d'inciso.

Ma le vere magagne arrivano dopo, allorché si riappalesano le impuntature da primadonna di Ure, in un poker di marmittone indigeste che prendono il nome di "Remembering", "One", "Fall" e di "Contact" che chiude l'album: chi si fosse perso gli sparuti episodi solisti recenti del nostro, sappia che in mezzo alle poche intuizioni felici - che sarebbe ingiusto negare - il registro prevalente verte attorno a queste menate interminabili, nelle quali il solo motivo d'interesse è capire fino a che punto arrivi la drammatica pretenziosità. Billy, dove sei? Tranquilli che Billy c'è, e riappare in "Hello", non eccezionale ma comunque un buon salvagente in mezzo alla palude di cui sopra, e in "Lie", una sorta di "Live" in chiave minore con tanto di cartella d'iscrizione a ruolo recapitata ai Muse giusto in coda (ma la circostanza era già emersa nell'accorato arpeggio chitarristico di "Flow").
Un discorso a parte merita "Satellite", in quanto emblema di questo contrastato concepimento: il tiro è quello dei tempi migliori, chitarra e rullatona sono al loro posto, il pathos è al giusto livello, il tanto promesso violino (ma al tirar delle somme quasi negato, maledizione) a campeggiare solenne ma poi... ecco il ritornello di "Storie di tutti i giorni", la sempreverde hit di Riccardo Fogli che però è anche l'orlo del precipizio per quella che rimane la synth-wave band melodica per eccellenza.

Rileggendomi, scopro di aver tralasciato le considerazioni sulla voce di Midge, sicuramente in calo ma che comunque tiene botta, e su un manierismo che però davo per scontato, trattandosi di un marchio di fabbrica ineludibile specie dopo quasi tre decenni di assenza dalle scene. Non sono questi i problemi, credete, semmai il brodo allungato (ma i vecchi dischi con otto tracce proprio no, eh?) e una certa fretta che impedisce alle buone intuizioni di decollare. Insomma, si doveva e si poteva fare di più, e lo sapete anche voi, sì proprio voi che scriverete le e-mail di protesta al cattivone che c'è in me.

(29/05/2012)



  • Tracklist
  1. Live
  2. Flow
  3. Brilliant
  4. Change
  5. Rise
  6. Remembering
  7. Hello
  8. One
  9. Fall
  10. Lie
  11. Satellite
  12. Contact
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