Willis Earl Beal

Acousmatic Sorcery

2012 (Hot Charity / XL) | songwriter, lo-fi, alt-blues

Ancor prima che musicista, Willis Earl Beal è un maestro di vita. Ovunque si cerchino informazioni sul suo conto, vengono sicuramente riportate le solite quattro-cinque notizie che rivelano l'eccentricità del personaggio, vero e proprio menestrello dei nostri tempi. Ebbene, elenchiamole pure in questa sede. Nato e cresciuto a Chicago, il Nostro si arruola nell'esercito, per abbandonarlo poco dopo a causa di problemi di salute. Si trasferisce poi nel New Mexico e conduce un'esistenza da perfetto vagabondo, lavoricchiando qua e là, e cominciando nel frattempo a scrivere i suoi primi pezzi, su supporti scadenti che dissemina in giro per Albuquerque.
Non pago, a questa bizzarra campagna pubblicitaria accosta pure la distribuzione, nella medesima modalità, di volantini da lui illustrati, con i quali invitava gli eventuali destinatari a chiamarlo, offrendosi di cantar loro pezzi scelti su misura. È da qui che comincia la vera storia.

La Found Magazine, rivista specializzata nel pubblicare materiale pervenuto per strada, si trova tra le mani uno di questi piccoli manifesti, e mossa dalla curiosità, contatta il Nostro, del quale licenzia, in edizione limitatissima, un cd comprendente tutte le sue registrazioni, rapidamente diventato una chicca per collezionisti. Non tarda molto ad accorgersene anche la benemerita XL (label del fenomeno Adele), che non esita ad accoglierlo sotto la sua ala protettiva e a rilasciarne l'effettivo esordio, espungendo alcuni dei brani inclusi nel precedente mixtape e registrandone di nuovi, proponendo  al contempo tutti gli altri sotto nuove spoglie.
Nuove, si fa per dire: la musica di Beal ancora si rifiuta di conoscere l'allettante richiamo della produzione più laccata, riesce comunque a smussare lievemente, con piccoli accorgimenti, la patina ronzante che aveva contraddistinto la primissima incisione.

"Acousmatic Sorcery" è un lavoro fieramente, ma verrebbe da dire scientificamente, in bassissima fedeltà, terribilmente urticante all'ascolto, eppure necessario nella sua primitiva fisionomia. Era da  tanto tempo che oltre a della grande musica, in un disco di songwriting e dintorni non si riusciva ad apprezzare anche l'effettiva portata del contesto in cui questo è stato realizzato (probabilmente, dai tempi dell'esordio di Justin Vernon).
Qui invece tutto parla delle profonde, per quanto volute, ristrettezze in cui il chicagoano ha concepito le sue canzoni, di una vita trascorsa ai margini, che trova nell'espressione musicale l'ottimale valvola di sfogo. Ancora una volta, si ripresenta indissolubile l'eterno legame che vincola l'arte alla vita.

Nel proferire il suo sortilegio, Willis non tiene conto di niente e nessuno, ma sfrutta cento e passa anni di storia della musica statunitense e li piega alle sue esigenze, aggrovigliando con accurata nonchalance le più disparate suggestioni. Te lo ritrovi un istante ad assalirti i timpani col rumorismo stridente dell'introduttiva "Nepenenoyka" (piccola arpa bielorussa, utilizzata più volte nell'album), e un secondo dopo lo riacchiappi, pazzo scatenato, a latrare contro la luna nel blues convulso di "Take Me Away", in cui lo spettro di Tom Waits danza sonnambulo aggredendo il buio (e lo stesso Beal, senza false modestie, ha dichiarato di voler diventare un giorno la versione black del cantautore californiano).
Lo spirito febbricitante del blues permea comprensibilmente gran parte dei brani, ne viene però sfigurato il profilo, i contorni ne vengono sfilacciati grazie ad imprevedibili contaminazioni che pescano indistintamente dal passato e dal presente. Le marcate disarmonie di "Cosmic Queries" non riescono a nascondere le fattezze di una ballata arcana e addolorata, un lento perdersi, tra stralci di elettronica povera, in un infinito mare di interrogativi a cui pare impossibile fornire una risposta. In altre circostanze, la voce non indugia a contorcere il suono del Delta in claustrofobici esercizi di rap sghembo e corrotto, esibendo al contempo incredibili coloriture da scafato soulman ("Swing On Low", "Ghost Robot").

Alla voce viene affidato essenzialmente il compito di dar forma alle canzoni, laddove i suoni sono ridotti all'osso, scarni e corrosivi accompagnamenti sui quali Beal si diverte a muoversi come un bambino col suo giocattolo preferito. L'estrema malleabilità vocale a sua disposizione domina interamente la scena, travalicando ogni possibile collocazione. Non pago di aver dato saggio della sua vena più black, il musicista amoreggia apertamente col folk delle origini e svela un'inclinazione cantautorale di tutto rispetto.
Che sia nel pizzicare maldestro di una prodigiosa "Sambo Joe From The Rainbow", apice emozionale dell'opera, oppure nello stralunato  pregio di una "Monotony", si erge chiarissimo il prospetto di un'artista meravigliosamente cannibale come pochi altri, un uomo la cui forte identità non viene scalfita pur assumendo una, cento, mille facce.

Altrove ci si interroga su cosa potrebbe seguire a un simile esordio, se l'incantesimo riuscirà a reggere la prova del tempo, degli altri tre dischi previsti dal contratto con la XL. Non vi è risposta più semplice: chi se ne frega? Lasciate stregarvi dalle fatture di Willis Earl Beal, e i vostri dubbi spariranno d'un tratto.



(11/05/2012)

  • Tracklist
  1. Nepenenoyka
  2. Take Me Away
  3. Cosmic Queries
  4. Evening's Kiss
  5. Sambo Joe From The Rainbow
  6. Ghost Robot
  7. Swing On Low
  8. Monotony
  9. Bright Copper Noon
  10. Away My Silent Lover
  11. Angel Chorus
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