Sono emozionato – giuro – nel parlare di questo disco: è la mia prima volta con Wino. Mai recensito nulla di lui né con lui, e per chi una volta nella vita, passando tra Saint Vitus e Obsessed (e per vie traverse, pure Black Flag), ha prestato orecchie al doom metal, sa che il Nostro è più di un comune mortale. E tra un supergruppo (i notevoli Shrinebuilder) e un progetto in divenire (Premonition 13), laddove perpetua la sua visione doom, chi ancora lo segue sa della sua svolta acustica inaugurata nel 2011 con "Adrift".
Questa è la storia di un'amicizia (e i tipi della Exile On Mainstream ci tengono a precisarlo) nata in Germania poco tempo fa, con Wino a promuovere il citato "Adrift" e Conny Ochs a supportare. Due individui dai background diametralmente opposti, per non dire del gap anagrafico, che riducendosi semplicemente all'essenziale, una volta insieme, funzionano come una coppia da anni consolidata.
Nelle dieci tracce (più una cover) di "Heavy Kingdom" non troverete ingegnosi artifici ma solo due chitarre, e due voci, nel segno del più solenne songwriting. Tutto acustico e molto intimo, gloomy a tratti (vedi "Somewhere Nowhere") ma non, come si potrebbe immaginare, heavy virato unplugged. Un blues ("Dust") che da strumentale ("Heavy Kingdom Jam") si fa narrato e ipnotico, tipo raga (la title-track), per poi virare in melodie che, se non pop, si lasciano facilmente ricordare (la bellissima "Traces Of Blood", troppo breve per soddisfare a un solo ascolto).
Oltre a testi e musiche, come detto, pure il cantato è una faccenda a quattro mani, e se la graffiante ugola di Wino non ha segreti, merita un cenno il timbro southern di Conny Ochs, che – senza scandalizzarvi – suona come Chad Kroeger dei Nickelback ma più credibile.
Ma cosa avranno in comune, questi due personaggi? Di certo la passione per Townes Van Zandt, qui omaggiato con una sentitissima "Highway Kind".
Tutto acustico e molto intimo. Tutto riuscitissimo.
25/02/2012