Gregory Porter

Liquid Spirit

2013 (Blue Note) | jazz

"Sii te stesso, fai quel che stavi facendo prima e noi saremo comunque felici di averti nella nostra famiglia" sono le parole che ogni musicista sognerebbe di sentirsi dire da un'etichetta discografica. Figuriamoci poi se un cantante jazz dovesse sentirsele dire dalla Blue Note? Beh, a Gregory Porter è andata proprio così.
Come ogni jazzista che si rispetti, questo colosso d'uomo ha una voce baritonale calda come burro fuso, e mantiene certe idiosincrasie adatte al genere, tipo il fatto che si presenta in pubblico solo se ha saldamente incollato in testa quel curioso cappello che sfoggia in copertina (ma i motivi restano ignoti). Si narra pure che in giovinezza fosse un ferocissimo giocatore di football, ma fuori dal campo si sia sempre comportato come un vero gentiluomo. Di certo, a giudicare dalla musica che scrive, Porter sembra davvero troppo buono per poter far del male a una mosca. Fa piacere imbattersi in un musicista così marcatamente sensibile verso la propria arte e allo stesso tempo capace di accattivarsi le simpatie di tutti, grazie a un sorriso disarmante e a trascinanti esibizioni dal vivo. Per dirla come Roal Dahl, Porter è il Grande Gigante Gentile.

Le radici di "Liquid Spirit" rimangono salde nel jazz, ma la naturale curiosità del suo autore sposta i confini ben oltre il selciato, andando a pescare dal soul d'annata, dal blues e dal gospel, e filtrandone gli elementi con una naturalezza senza tempo. Gli arrangiamenti sono essenziali e calibrati, ma all'occasione anche colorati e tuonanti. Di sicuro, rinunciano categoricamente ad ogni filo di modernità.
La carta vincente sta tutta nel songwriting che Porter ha perfezionato nel corso degli anni. Più che nei due dischi precendenti - "Water" (2010) e "Be Good" (2012) - la sua penna qui riesce a spaziare e imporsi sullo standard jazz in totale "liquidità". Da un lato, c'è un uomo perdutamente innamorato che suona il campanello di notte e sussurra "Hey Laura", o raccoglie i cocci infranti di una relazione in "Wolfcry" (senza dubbio il picco lirico del disco). Dall'altro c'è aria di nervosa blacksploitation e Gil Scott-Heron (il piano picchiettato di "Musical Genocide", il jump-blues di "Free"), mentre a momenti aleggia quasi lo spettro di Nina Simone ("Wind Song").

Quando le cose si placano, ecco due ballate di quelle da farti letteralmente sognare a occhi aperti e allo stesso tempo tenerti in bilico sulla sedia: "When Love Was King" cattura l'attenzione e l'immaginazione col semplice potere del suo storytelling e la voce di Porter che s'impenna con ardore. Di controparte, la dolente "I Fall In Love Too Easily" si sorregge in bilico su poche note di basso pizzicato e un pianoforte che sembra suonato da un aristogatto, mentre Porter si strugge come sapeva fare la più drammatica delle Billie Holiday.

Forse per un seguace del jazz "Liquid Spirit" non sarà nulla di nuovo, ma la semplice bellezza delle sue canzoni è alquanto palese. Anche se il suo successo non viaggia certo sui livelli di Norah Jones, Diana Krall o Melody Gardot, Porter sembra capace di poter fare il crossover verso un pubblico più ampio e generalista, sfatando il mito del jazz come appannaggio esclusivo di pochi eletti. E lo fa con un disco stilisticamente liquido che può forse confondere l'ascoltatore ortodosso, ma tutto sommato in musica alle volte basta metterci l'anima, e Porter di quella ne ha a bizzeffe.

(04/05/2014)



  • Tracklist
  1. No Love Dying
  2. Liquid Spirit
  3. Lonesome Lover
  4. Water Under Bridges
  5. Hey Laura
  6. Musical Genocide
  7. Wolfcry
  8. Free
  9. Brown Grass
  10. Wind Song
  11. The "In" Crowd
  12. Moving
  13. When Love Was King
  14. I Fall In Love Too Easily




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