Sway

Sway

2013 (Ok 8/Markuee) | jazz

Il nostro paese ha da sempre avuto la sfortuna di essere bistrattato o snobbato dagli stranieri (specialmente i critici) dato che si è sempre ritenuto l’Italia non potesse avere nulla di granché valido da offrire dal punto di vista strettamente musicale. Ciò è senz’altro vero, specialmente se guardiamo alla scena rock autoctona, anche se buone cose (non molte, per la verità) le abbiamo realizzate anche là. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda la nostra scena jazz, dove spesso i maggiori esponenti (si pensi ai pianisti Giorgio Gaslini ed Enrico Intra, ai sassofonisti Mario Schiano, Gianluigi Trovesi e Massimo Urbani, al trombettista Enrico Rava e ai gruppi jazz-rock come il Perigeo, Dedalus e Agorà) avevano delle solidissime basi musicali che, nella maggior parte dei casi, affondavano le proprie radici nella musica contemporanea colta. “Sway” è l’unico disco (rarissimo e assai costoso nella sua versione originale in vinile, uscito per la Cipiti nel 1973) accreditato all’effimera omonima formazione guidata dal pianista pugliese Sante Palumbo, che per l’occasione si fa accompagnare dal contrabbassista Marco Ratti, dal fiatista argentino Hugo Heredia, dal chitarrista Sergio Farina e dal batterista Lino Liguori.

Si tratta quindi di tutti musicisti noti al pubblico jazz, in particolar modo Ratti e Heredia, che erano ospiti fissi non solo in parecchi dischi di loro colleghi jazzisti, ma anche di qualche cantautore sui generis, come ad esempio Claudio Rocchi. La Markuee (di cui ci siamo recentemente occupati recensendo un buon disco di Paul Chain) ha riportato alla luce le incisioni originali degli Sway, masterizzandole in digitale su cd, forse però non dai master originali (il suono è un poco stridente, specialmente sui “treble”). Tra i cinque brani qui contenuti, i migliori si trovano all’inizio (che originariamente occupavano tutta la prima facciata dell’lp): la title track è un bell’esempio di jazz elettrico alla Herbie Hancock e Miles Davis con il sax di Heredia che imita quasi alla perfezione quello free e “infuocato” di Pharoah Sanders. Palumbo dimostra qui tutta la sua abilità tecnica di pianista, così come riesce a dare sfoggio delle sue influenze classiche nella seguente “Bartokiana” (chiaramente dedicata a Bela Bartok, ma dove si possono udire echi pure di Mal Waldron), dove il batterista Liguori fa davvero un lavoro egregio ai tom-tom della batteria (ascoltare per credere il suo “a solo” nella parte centrale del brano). Sul secondo lato del vecchio 33 giri trovano invece spazio composizioni più ortodosse, ma sempre benissimo eseguite, come il funk-jazz “Mad”, che sarebbe stato perfetto come sottofondo in una scena piccante di un vecchio film erotico anni Settanta di serie B, sicuramente una goduria per i dj alla ricerca di “rare grooves” per i loro dischi mix. “Sweeten” è una classica “mellow ballad”, adatta ai party “cocktail lounge” di tarda notte e dalle luci soffuse. La finale “Canon”, invece, strizza l’occhio al jazz esotico di Yusef Lateef (impossibile non paragonare il flauto qui suonato da Heredia con quello del jazzista afro-americano).

Curata è la confezione grafica, in formato “papersleeve vinyl replica”, che riproduce in miniatura tutto ciò che era stampato sull’album originale. Seppur assai lontano dai vertici raggiunti dalle opere di jazz “totale” dei maestri come Gaslini e Intra (si ascoltino, in tal proposito, i capolavori “Tempo e Relazione” e “Fabbrica Occupata” di Gaslini; la “Messa d’Oggi” e “To The Victims Of Vietnam” di Intra per rendersene conto), Sante Palumbo rimane un buono e valido esponente minore del nostro jazz.

(14/06/2013)

  • Tracklist
  1. Sway
  2. Bartokiana
  3. Mad
  4. Sweeten
  5. Canon
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