Emmanuel Allard

Nouvelles Upanishads Du Yoga

2013 (Baskaru) | abstract avantgarde, non-music

Difficile che il nome di Emmanuel Allard possa far rinvenire un qualsiasi ricordo alla mente anche del più accanito, coraggioso e insaziabile divoratore della musica d'avanguardia più ostica e concettuale. Ciò nonostante, l'avventura del parigino perdura addirittura da qualcosa come vent'anni, incentrata principalmente su performance dal vivo e installazioni in gallerie e associazioni di promozione di arte contemporanea. A questo si aggiunga un disco, “Imite Moi”, pubblicato nel 2003 nel più totale anonimato dello pseudonimo Fabriquedecoleurs, prima e ultima uscita dell'altrettanto sconosciuta eitchetta Dorondine.

Non certo un personaggio di prim'ordine, insomma, quello a cui la benemerita Baskaru decide di concedere un potenziale per quanto tardivo trampolino di lancio. Nel tentativo di sfruttarlo, il sound designer francese cerca di fare le cose in grande e lanciarsi con convinzione nel mondo di quell'avanguardia astratta che soffre ormai da tempo di un'eccessiva proliferazione di uscite. Tasselli, queste ultime, di un'esasperazione concettuale in grado di sfociare in una sostanziale pochezza artistica. Incurante del rischio e voglioso come molti prima di lui di “vincere la sfida”, Allard mette mano allo storico sintetizzatore ARP 2500 e al più recente Buchla 200e, cercando di esplorarne i lati più oscuri, di trovarne e superarne i limiti delle possibilità sonore, intervenendo direttamente sui circuiti elettronici senza l'intermediario dell'interfaccia di controllo.

Suona quasi superfluo sottolineare fin dal principio come questo genere di “esplorazioni” siano state, qualcosa come mezzo secolo fa, pane quotidiano di quelli che oggi sono considerati pionieri della musica elettronica. Difficile, dunque, senza qualcosa di realmente nuovo da esporre, non ricadere nell'anacronismo puro: uno dei mali principali di cui soffre “Nouvelles Upanishads Du Yoga”, forse addirittura meno grave dell'evidente inconsistenza creativa. Che si tratti di ultrasuoni e graffi (“Antimoine”), sample sotterranei (“Refuge”, terribilmente vicina a un altro giovane fuori tempo massimo), gravitazioni industriali (“Séance”, taglia-incolla di un possibile b-side dei P16.D4), esplorazioni nel vuoto concreto ("Élan") o ambient music primordiale (“L'art Noir”), l'effetto ricalco senza personalità è assicurato.

Peggio ancora va quando l'ambizione prende un ulteriore sopravvento: ne escono dieci minuti scarsi di puro quanto informe terrorismo sonoro (“Adelphi Wave”, per la serie: di Russel Haswell ne basta e avanza uno) e un conclusivo quarto d'ora di non-music declinata in vagiti appena udibili (“Gold Rand”, si traduca “nulla assoluto”). E non c'è stavolta nemmeno un qualche, altrettanto anacronistico studio su diffusione, impatto o propagazione sonora, o un tentativo di coniare una qualche estetica, o di calcare il sentiero accademico, o ancora di omaggiare dichiaratamente quell'avant che nei decenni scorsi fu davvero in grado di anticipare i tempi, di porsi “in avanguardia”. C'è solo tanta voglia di “fare avant”, “suonare avant”, “essere avant”, come se fosse un genere, una tendenza, una moda e non un'attitudine. E senza invece alcuna voglia di andare oltre, di esplorare per davvero, di rischiare. Insomma, tutto il contrario di ciò che l'avanguardia era ed è, o almeno dovrebbe essere.

(04/11/2013)

  • Tracklist
  1. Antimoine
  2. Refuge
  3. Séance
  4. Élan
  5. Adelphi Wave (Pythian Walks)
  6. L'Art Noir
  7. Gold Rand


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