Arctic Monkeys

AM

2013 (Domino) | alt-pop, rock

L’arte del compromesso che prova a fare i conti con l’irrimediabile scorrere delle lancette. Turner ne è al corrente e, ogni mattina, si sofferma quei dieci minuti in più di fronte allo specchio nell’atto preoccupato di scovare qualche filo bianco nell’ormai mitologico ciuffo very Gene Vincent. Troppo presto Alex, ma certo non si può fare finta di niente, tocca prendersi delle responsabilità prima che sia troppo tardi. Siamo ancora gli sprinter di un tempo o un cambio di disciplina è a questo punto opportuno? Discepoli di Bolt a raccolta, arriviamo almeno alle prossime Olimpiadi, così nessuno potrà mai mettere in dubbio i nostri primati. Ma un filo di stanchezza si fa sempre più largo, forse di inadeguatezza (“Mad Sounds”, certo e ci mancherebbe altro, ma “we just weren’t feeling ho we wanted to”, ops!?) . Ma chi se ne frega! Voglio essere tuo, sia quel che sia, farò di tutto e non mi spegnerò mai.

Eppure di dubbi è disseminato tutto il quinto capitolo dei Monkeys, costruito abilmente per essere vissuto e consumato come la classica raccolta di canzoni pop-rock, dove la robustezza primigenia si mescola alla ballata, al solito trattata con sferzante e irriverente verve. Il materiale è sempre il solito, o forse no. Alessandro ha fatto parlare la stampa, sempre piuttosto affezionata, di intrusioni hip-hop, di rock d’antan e sabbathiano. E i riff schiacciassassi non mancano, la batteria di Helders è sempre ipervitaminica e memore della lezione grohliana (“R U Mine” anche detto contentino per i fanatici che non amano la sorpresa), e il mix con i ritmi sintetici e gli scioglilingua creati nei suburbia bronxiani pulsano con efficacia altrove piuttosto rara: “One For The Road”, loneliness ballad sinuosa e quasi frenata, sintetica eppure tradizionale, con quel riff arpeggiato e raddoppiato dal synth, e l’assolo finale che conduce al groove sonnolento di “Arabella”, ennesima icona sensuale, magari viziosa, comunque tranquillizzante, spezzato da un break copia-incollato dall’antologia di Iommi.

Certo, può accadere che quando vuoi tutto rischi di non stringere nulla e “I Want It All” suona come un pericoloso scivolone nei pressi dei Muse. Incertezze, irrequietezza, indecisione, le nuove parole di Turner paiono una confessione celata da un'apparente vena adolescenziale cerchiobottista che culmina in una seconda parte a tratti commovente: dalla sarcastica “No.1 Party Anthem”, che omaggia John Lennon come se in consolle ci fosse Spector, inno al guancia a guancia un po’ sbronzo, ai “Mad Sounds” che si genuflettono al cospetto di Lou Reed, fino all’elementare eppure stravagante, quasi estraneo, strumming acustico che conduce per mano “Fireside” e all’esagerata logorrea su base hip-pop di “Why’d You Only Call Me When You’re High?”, risolta con notevole maestria in poco più di due minuti.
Il finale affidato a “I Wanna Be Yours” trasuda ancora paura e speranza ("… non mi arrugginirò mai …"). Prova e poi giudica, come si diceva la scorsa volta, e Alex sogghigna, ma invero trema e forse trama la svolta definitiva.

(08/09/2013)



  • Tracklist
  1. Do I Wanna Know?
  2. R U Mine?
  3. One For the Road
  4. Arabella
  5. I Want It All
  6. No. 1 Party Anthem
  7. Mad Sounds
  8. Fireside
  9. Why’d You Only Call Me When You’re High?
  10. Snap Out of It
  11. Knee Socks
  12. I Wanna Be Yours
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