Bachi Da Pietra

Quintale

2013 (La Tempesta) | black blues, rock


Chuck Berry è stato rapito dai Black Sabbath. Nascosto in uno sporco sobborgo di New Orleans all’incrocio tra un bordello creolo e la stanza di una sciamana del voodoo.
Insetti, escrementi e maledizioni si sono sedimentati nel sottosuolo, mentre poesie da ubriacone e vecchi stracci venivano recuperati dalla spazzatura, riutilizzati come fogli di carta buona, vestiti per il lavoro. È questo sudore caldo, che attraversa le fessure del vecchio legno di una stanza chiusa, sotto un sole opprimente, a circondare i ritmi pe(n)santi del nuovo disco di Giovanni Succi e Bruno Dorella.

Nato dal sangue di un blues sepolcrale, che nel corso dei dischi aveva continuato a percuotere le nostre stanche menti con il suo ermetismo feroce, immerso in un’estetica notturna e sotterranea, “Quintale” scavalca l’intimismo coprofago degli ultimi dischi (“Tarlo Terzo” del 2008 e “Quarzo” del 2010) per emergere prepotentemente da quella palude mefitica in cui aveva finora rimestato il potere delle parole.
Ruggine, fango e metallo dentro una pelle che da nuova velocità. “Haiti” è un’icona di questa crisalide nera che si schiude. Un rock pesante, dall’incedere ineluttabile e nichilista. La nuclearizzazione ebbra di un cuore schiacciato. “Brutti Versi” alza il tiro con un testo curioso - pura invettiva di fronte a un intellettualismo banale e incapace - sorretto da una ritmica secca e marziale, che esplode in riff massicci e grondanti feedback. Ma sarà “Coleotteri” a soffocarci, il vuoto d’aria pneumatico creato dalle percussioni di Dorella sorregge l’assalto delle parole di Succi dentro una psiche indifesa in bilico tra ribellione e abisso.

Poi sarà il tempo di una finta quiete.
“Enigma”, cadenzata ripetizione ironica tagliata dal sax rumoroso di Arrington de Dionyso (ospite del disco) prepara all’altra ipnotica “Fessura”, particolare per la bellezza intensa di un testo nascosto tra le onde quiete di un giro di chitarra minimale.
Le successive “Mari Lontani”- “Io Lo Vuole”- “Pensieri Parole Opere” perseverano in un percorso che va dal blues delirante dei primi lavori alla nuova violenza, in una lineare, metodica accelerazione adrenalinica, che avrà nuovo climax nella parte finale dell’album. Qui l’eretico testo apocrifo di “Paolo Il Tarlo” mescola il lato free-noise di Dionyso alla muscolarità metal delle pelli, mentre “Sangue” recupera buona parte del gusto teatrale di Succi in una satanica ode omicida distorta, in ciondolante astinenza.
Fino a questo punto i riff si son fatti via via sempre più massicci e vicini a uno stoner acido e demolitore; affiorano talvolta anche dentro la melodica rassegnazione di “Dio del Suolo” ma scompaiono definitivamente nella conclusiva “Ma Anche No”, crudo addio nella notte, segnato da un ironico rifiuto alla spiegazione di ogni parola, di ogni virgola finora enunciata.

Qui finisce il primo passo del nuovo percorso dei Bachi da Pietra. Una lastra di ferro, un macigno venato di parole acide, un missile poetico che strappa le radici sotterranee delle sue origini per portare alla luce il fervore putrido, il bagliore della irrefrenabile vita di insetti e vermi.
Non un manifesto, o un atto intellettuale astratto, ma carne vibrante e sudata, trafitta, e per questo esaltante e splendida nella sua rabbia artistica.

(17/01/2013)

  • Tracklist
  1. Haiti
  2. Brutti Versi
  3. Coleotteri
  4. Enigma
  5. Fessura
  6. Mari Lontani
  7. Io lo vuole
  8. Pensieri Parole Opere
  9. Paolo il Tarlo
  10. Sangue
  11. Dio del suolo
  12. Ma anche no
  13. BARATTO@BACHIDAPIETRA.COM (solo nella versione digitale dell’album)
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