Barbarossa

Bloodlines

2013 (Memphis Industries) | synthetic-folk-pop-soul

Al secondo appuntamento, James Mathe rimette in gioco tutte le sue credenziali artistiche. I primi passi nella backing band di José Gonzales e le frequentazioni di Talvin Singh, Adem e Simon Lord (ex-Simian) hanno lasciato un segno nella formazione artistica del musicista londinese, non è infatti difficile trovare segni di ibridazione tra folk elettronica e soul in “Bloodlines”.

L’esordio “Chemical Campfires” era un affair acustico intrigante, con brani di spessore e arrangiamenti ricchi di banjo, harmonium e violini, ma comunque privi dei ridondanti toni del chamber-pop, quello che si agitava in sottofondo era un’attitudine soul che ora esce allo scoperto. Cinque anni dopo Barbarossa (moniker dietro il quale si cela James Mathe) rielabora la prospettiva sonora, dando forma a un synthetic-folk-soul ricco di romanticismo e sensualità.

“Bloodlines” è un solco nell’anima, dal quale il musicista estrae un’intensità emotiva che funge da fulcro per le dieci canzoni dell’album. Siano delicate o piene di ritmi e accenni funky-soul, le creazioni di Barbarossa conservano un mood singolare, virtuose armonie vocali mai allineate con le pregevoli tessiture strumentali, due mondi quasi separati che dal loro incontro creano un moderno idioma sonoro.
La scarnificazione delle composizioni rende tutto fragile e toccante, i riverberi quasi spettrali di synth analogici e organi avvolgono le parole, trasformandole in silenziose preghiere.
Sentimenti come paura, speranza, dolcezza, solitudine si muovono senza lasciare ombre, Barbarossa usa l’istinto per avventurarsi in nuovi fronti sonori, entra nei dancefloor con una sicurezza che emula Prince e gli Hot Chip.

Sembra difficile pensare a Mathe come un fan dei Fairport Convention, ma quando il soul di “S.I.H.F:F.Y.” si tinge di toni melodici arcaici e trame da torch-song si è consapevoli che “Bloodlines” è non solo un'idea brillante, ma un intenso album pop dalle infinite sfumature stilistiche.
Ricchi di riverberi e spazi ampi gli arrangiamenti sono sempre profondi e rimarchevoli, il ritmo sintetico che si espande in “Butterfly Plague” è come un battito del cuore in affanno, l’estasi elettronica di “Pagliaccio” è sensuale e inquieta.
Un flusso introspettivo caratterizza l’album, che ha i suoi punti di forza in ballad dal ricco script armonico, l’atmosfera quasi gotica di “Bloodline” condensa emozioni collettive, il romanticismo si libera dal suo bozzolo prima di scavare nelle profondità con toni più asciutti e intimi.
Il funky alla Prince di “Turbine”, il folk ipnotico alla Jon Hopkins di “Battles” e il matrimonio perfetto di elettronica e melodia di “The Load” dimostrano che nulla è stato lasciato al caso, ogni piccolo angolo di “Bloodlines” garantisce piacere ed estasi mai superficiali.

Che James Mathe Barbarossa prediliga toni più austeri e meno superficiali è evidente nelle architetture strumentali sofisticate e poco invadenti, il trittico finale “Saviour Self”, “The Endgame” e “Seeds” si adagia  su atmosfere malinconiche, arpeggi e tracce di folk minimale, per un piccolo angolo di poesia folktronic che rimanda all’incantevole “Diamond Mine” di Hopkins e Creosote, pur se “Bloodlines” offre più spazio al soul, un album per molti ma non necessariamente per tutti.

P.S. Disponibile anche in vinile con 5 cover version di brani di Arthur Russell, Blur, Bon IverPrince e Bonnie "Prince" Billy.

(21/08/2013)



  • Tracklist
  1. Bloodline
  2. Turbine
  3. Butterfly Plague
  4. Pagliaccio
  5. S.I.H.F.F.Y.
  6. Battles
  7. The Load
  8. Saviour Self
  9. The Endgame
  10. Seeds




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