Beady Eye

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2013 (Columbia) | brit-rock

In concomitanza con l’uscita del nuovo album dei Beady Eye, il più giovane dei fratelli Gallagher ha espresso il desiderio di riformare gli Oasis per un tour celebrativo di “Definitely Maybe”, che nel 2014 compirà vent’anni. Noel pare risponda picche (per ora) facendo capire che si trovi più che bene nel suo nuovo ruolo di padrino nobile del britpop, intento a organizzare eventi, fare ospitate nei dischi altrui e persino a duettare con l’ex-nemico storico Damon Albarn.
L’incoerenza di questa operazione ci potrebbe stupire, non tanto per i ripetuti insulti al fratello nel corso degli anni - sappiamo com’è fatto our kid - ma per la scarsa credibilità che il progetto Beady Eye ne ricaverebbe. Usiamo il condizionale perché, in quanto a dichiarazioni contrastanti, nessuno può battere il buon Liam; il quale ha pure affermato di aver dedicato più tempo ai Beady Eye di quanto abbia mai fatto con la sua precedente band.

Ecco, questo è già più interessante e giustifica comunque l’attesa per l’album di un gruppo di musicisti (ci mettiamo anche Andy Bell, Gem Archer e Chris Sharrock) in primo piano ormai da un ventennio e oltre, con alle spalle lavori pregevoli e non unicamente come ex componenti degli Oasis. Il fatto che alla produzione sia stato chiamato Dave Sitek dei Tv On The Radio ha semplicemente alzato l’asticella dell’aspettativa, lasciando intendere una svolta più sperimentale per i Beady Eye.
Pur dando atto ai Beady Eye di sapersi muovere bene all’interno della grammatica che più gli appartiene - con architetture melodiche e sonorità ben costruite - poco o nulla è cambiato rispetto a “Different Gear, Still Speeding”, a meno che non si voglia intendere il sitar piazzato in “Don’t Brother Me” come grossa innovazione. Il maggior successo di Sitek è stato saper contenere e limare la prova vocale del frontman, che per tutto l’album resta “fra le righe” e si muove su situazioni a lui più congeniali, evitando particolari passi falsi. Una comfort zone dentro la quale galleggia anche l’intera opera, ma con un’accezione decisamente contraria (e quindi negativa) guardando il tutto dal punto di vista delle canzoni: scialbe e prive di una qualsiasi scintilla capace di accendere l’album. Una caratteristica che un disco rock dovrebbe avere, almeno in parte, e che qui non riscontriamo, tanto da farci rimpiagere quel semi-plagio lennoniano che era “The Roller” nel primo lavoro. Il primo singolo “Second Bite Of The Apple”, nonostante una suggestiva sezione fiati, è il brano midtempo che probabilmente avrebbero scritto i Kasabian se fossero nati negli anni Sessanta.

Il tamburellare della batteria di Sharrock e gli ottoni hanno il compito di aprire il disco e far entrare l’ascoltatore nel mood dell’album, ovvero quelle atmosfere retro-brit 60's che, se non maneggiate con cura, rischiano l’effetto muffa più che quello revival. Se infatti l’inizio è quantomeno incoraggiante, fra il brano di denuncia sociale “Flick Of The Finger” nel quale trova spazio anche lo spoken word di Kayvan Novak (attore britannico-iraniano) e la malinconica “Soul Love”, il crollo non tarda ad arrivare: “Face The Crowd” sembra uscita dalla penna di un compositore liceale alle prime armi e senza talento con il mito dei rock’n’roll, condita da riff di un’inconsistenza tale da chiedersi come sia possibile che una traccia del genere possa finire pubblicata su un album.

E’ proprio quando i Beady Eye cercano di andare uptempo che cadono malamente: “Shine A Light” ha un discreto ritmo, ma quello “sha la la la la lai” è talmente telefonato da far cadere le braccia anche ai più bendisposti; “I’m Just Saying”, invece, stride in confronto alle parole dello stesso Gallagher, mentre canta “feeling fine, this is my time to shine” sopra un ritmo alquanto banale e terminando l’opera con versi di profondità rara quali: “One two three/ just sayin’/ you and me/ just sayin’/ seven eight nine/ just sayin’/ no wasting time”. Nel caso vogliate indurvi una sensazione di deja-vu, vi consigliamo invece l’ascolto di “Iz Rite”, già sentita almeno qualche migliaio di volte negli ultimi trenta, trentacinque anni.

Non stupisce quindi che diverse siano le ballate (semi)acustiche presenti: già detto di “Soul Love”, “Soon Come Tomorrow” è impreziosita da interessanti effetti a pedale e se terminasse dopo due minuti e venti potremmo pure passare sopra al testo piuttosto ordinario (“Breathe in, breath out and then breathe in again/ This song is over, so look past the end, soon come”); invece la canzone è di durata doppia, spezzata a metà da uno space-riff d’annata da far impallidire anche il sempreverde Beppe Maniglia.
“Ballroom Figured” e “Star Anew” chiudono l’album senza particolari sussulti, con lo spettro di “Songbird” ad aleggiare su di loro, ma senza possederne un minimo della sensibilità pop.

Un’ultima considerazione su quella pantomima che è “Don’t Brother Me”, altra ballata piuttosto mediocre, dedicata a Noel: va bene il gioco di parole nel titolo con i Beatles, va bene anche la nuova stilettata a The Chief seguita dall’offerta di ramoscello d’ulivo, ma c’era davvero bisogno di citare (“Come on now, give peace a chance, take my hand, be a man) uno dei versi più famosi di Lennon, che nel tempo ha assunto significati ben più profondi e importanti rispetto a queste bagatelle fra fratelli?
Evidentemente sì e allora che venga data una chance alla pace: la fanbase dei Beady Eye è la stessa degli Oasis d’annata e se la fedeltà a oltranza è un valore da premiare, allora che la ricompensa sia ciò a cui questa lealtà è dovuta. Perché questo è l’esempio lampante di come non basti essere buoni musicisti per fare un buon album: quando a mancare sono i contenuti, non c’è passato che tenga. E anche perché, nonostante le tante parole buttate in pasto alla stampa, la verità è che Liam Gallagher non ha (musicalmente) davvero nulla da dire.

(12/06/2013)



  • Tracklist
  1. Flick of the Finger
  2. Soul Love
  3. Face the Crowd
  4. Second Bite of the Apple
  5. Soon Come Tomorrow
  6. Iz Rite
  7. I’m Just Saying
  8. Don’t Brother Me
  9. Shine a Light
  10. Ballroom Figured
  11. Start Anew


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