Ben Lee

Ayahuasca: Welcome To The Work

2013 (Lojinx) | pop-psichedelia

Un cantautore come Ben Lee, costantemente in bilico tra pop e introspezione neo-romantica, rischia di trovarsi spesso fuori da qualsiasi flusso d’interesse, soprattutto in questi caotici anni del terzo millennio, pur avendo ormai un cospicuo numero di album al suo attivo.
Forse è questo il motivo che deve aver spinto il musicista australiano tra le braccia di una psichedelia molto ingenua e naif, corpo centrale del suo nono album “Ayahuasca: Welcome To The Work”, annullando in un solo istante tutte le buone sensazioni del suo album più interessante, ovvero quel “Ripe” del 2007, che per un attimo riusciva godibile oltre che intrigante.

L’ambizione sembra essersi impossessata di Ben Lee che, dopo il mezzo disastro di “The Rebirth Of Venus”, indugia nella meditazione sonora invocando l’aiuto di una delle pozioni miracolose delle popstar, ovvero l’ayahuasca delle popolazioni amazzoniche.
Non avendo mai provato droghe o sostanze similari, ammetto di non essere idoneo a valutare il valore trascendentale della musica prodotta da Ben Lee sotto l’effetto del portentoso intruglio, di sicuro ho dovuto mandare giù della buona vodka-lemon per potermi riprendere dall’estenuante sequenza di inutilità melodiche e armoniche del disco.

Ben Lee mi è simpatico e gli riconosco una discreta capacità come autore, ma la noia invade ogni piccolo angolo delle dieci canzoni dell’album. Il piano percosso come un campanellino, le linee melodiche infantili, i coretti femminili insopportabili e la ingenuità poco credibile del pretesto artistico fanno archiviare definitivamente l’artista australiano tra i più sopravvalutati compositori degli ultimi anni.

(22/07/2013)



  • Tracklist
  1. Invocation
  2. Welcome To The House Of Mystical Death 
  3. Meditation On Being Born 
  4. In The Silence 
  5. The Shadow Of The Mind 
  6. The Will To Grow 
  7. On My Knees 
  8. I Am That I Am 
  9. Song For Samael 
  10. Thank Yo
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