The Bevis Frond

White Numbers

2013 (Woronzow) | psych-rock

A quanto pare, Nick Saloman ci sta riprendendo gusto.

Autentico eroe tra i veterani del rock alternativo britannico, il fondatore e titolare unico della Bevis Frond ha ormai archiviato con profitto una lunga fase di stallo creativo e sembra tornato sui livelli dell’antico splendore. Nata nel 1986 grazie ai soldi di una polizza assicurativa – nel proprio implicito manifesto programmatico, il sogno di dar vita a un ibrido impossibile tra Jimi Hendrix, i Wipers e i Byrds – la sua più celebre creatura si è affermata come nome di riferimento per il revival psichedelico d’oltremanica alla fine degli anni ’80, grandioso esempio di marketing indie ante-litteram (grazie alla label personale, Woronzow) nonché macchina da guerra spaventosamente prolifica, almeno fino al suo inabissamento in una fossa di inspiegabile silenzio profonda quasi otto anni. Nel 2011 il ritorno con il pregevole “The Leaving of London”, e ora una nuova preziosa testimonianza con questo “White Numbers” che, tabelle alla mano, dovrebbe essere il ventesimo album a referto (doppio, oltretutto).
Come degna introduzione al personaggio, per quelli che non ne avessero mai sentito parlare, potrebbero essere sufficienti i sei minuti abbondanti della battistrada “Begone” dove, tra sfrenati avvitamenti di Fender Jaguar e bonario atteggiamento slacker, enfasi spurgante riverberi e malinconia da disilluso dropout, il Nostro conferma di essere la più formidabile risposta inglese a J. Mascis. Nella sua formazione più nutrita (con i collaboratori di lungo corso Adrian Shaw e Paul Simmons – basso e chitarre rispettivamente – più la batteria di Dave Pearce) il gruppo suona davvero come i migliori Dinosaur Jr. e il chitarrismo tonante della lunga scorribanda “Cruel World” lo certifica al massimo delle credenziali.

La ricetta della casa, sempre dannatamente identica a se stessa e sempre fieramente antiaccademica, non cede nulla in termini di affidabilità per gli inconsolabili nostalgici in fissa per queste sonorità. Prospettiva forse patetica ma da veri romantici, in una scena musicale drogata da troppo sensazionalismo insincero. Questo l’antidoto offerto dal sessantenne Saloman a chi ancora abbia voglia di sognare e illudersi con il rock: un potenziale colpo di fulmine per quelli che amano la musica così concepita, mentre per chi prediliga una filosofia artistica opposta e contraria il consiglio spassionato è di tenersi a debita distanza. Pezzi sovraccarichi come “Dream It” o “This One” sono autentiche carrellate a base di luoghi comuni di genere e strizzano l’occhio a una miriade di compagini più o meno nobili dell’alternative americano di due o tre decenni fa – dagli Hüsker Dü in poi – senza indugiare in sterili pose ma cercando al contrario di farne proprio lo spirito. Agevolati dall’impressionante somiglianza vocale con Dave Pirner, si sprecano anche i parallelismi con i Soul Asylum dei bei tempi, quelli scapigliati e ancora esplosivi, rivisitati dalla congrega di Nick con festoso ardore punk-pop (“Major Crime”, “It’s Coming On” e “The Garden Feature” gli episodi eclatanti). Non mancano uno scimmiottamento ad ampio raggio – dai Doors ai più fortunati stereotipi grunge – plasmato dai distorsori in “Neverwas”, né le furibonde esplorazioni su basi hard-rock, strapazzate secondo il proprio estro, che svelano più di un’affinità con i Guided By Voices (“Dead Weight”, “Just Cause”): un meticoloso lavoro sugli stili condotto con stile, in pratica.

E’ però alle prese con le delicatissime trame acustiche della sua dodici corde che il frontman della Bevis Frond si lascia apprezzare quasi fosse un Robert Pollard meno straccione e più visionario. Rispettando per lunghi frangenti la regola aurea dell’alternanza espressiva, il musicista londinese dissemina un po’ per volta eleganti diversivi eclettici e tenui carezze psych-folk à la Greg Weeks, tra sottili inflessioni medievaleggianti (“Ophtalmic Microdots”, sulla falsariga degli ultimi Midlake ma con meno cedimenti alla maniera), aspre fragranze westcoastiane circa 1967 (“Alta”), incursioni estetizzanti di pianoforte in posizione sorprendentemente defilata (“The Likes of Us”) e un virtuosismo scintillante, opportunamente tenuto al guinzaglio.
La poliedricità è sempre stata in fondo una delle grandi doti di Saloman al pari della sua prolificità, tasselli cruciali in un’operazione recupero esercitata senza snobismi e a tutto campo. Come nella sua vera pietra miliare, il monumentale “New River Head” (1991), Nick si dimostra un irresistibile caposcuola senza scuole da guidare, un comandante di vascello sicuro tra i marosi riverberati delle sue elettriche, nato sulla sponda sbagliata dell’Atlantico. Un songwriter di talento, sfacciato per esuberanza rock e nel contempo incline a una scrittura di mirabile perfezione pop. E un geniaccio ingordo, anche, con un debole per gli adescamenti melodici e una rinnovata incontinenza prossima a sfociare nella patologia (non si spiegano altrimenti i quarantadue minuti di sontuosa improvvisazione acida che chiudono i giochi in “Homemade Traditional Electric Jam”). Eccede in generosità e sembra voler prendere l’ascoltatore per indigestione, vista la mole di spunti e acrobazie stilistiche sfoggiate con perizia. Ma è un bel sentire: “White Numbers” è un disco rigonfio, bulimico, strabordante, incoerente e bellissimo.
Bellissimo soprattutto.

(02/08/2013)

  • Tracklist
  1. Begone
  2. Opthalmic Microdots
  3. The Garden Feature
  4. She's Just Like You
  5. Cruel World
  6. Beautiful To Me
  7. Tree Line
  8. High Wind Crow
  9. For Pat (On The Chaise Lounge Dreaming)
  10. This One
  11. Neverwas
  12. Alta
  13. Major Crime
  14. More Chalk
  15. Dream It
  16. White Numbers
  17. The Hook
  18. Dead Weight
  19. I Crave You
  20. Just Cause (Wins Wars)
  21. The Likes Of Us
  22. It's Coming On
  23. I'm The Only One
  24. Homemade Traditional Electric Jam
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