Blackfield

IV

2013 (Kscope) | pop-rock

C'aveva già provato, Aviv Geffen, a sopravvivere senza Steven Wilson. Due anni fa era stato “Welcome To My DNA”, l'israeliano solo al timone e (l'ombra di) Trevor Horn in cima all'albero maestro, un fallimento su tutti i fronti in grado di far sorgere più di un dubbio sulla durabilità del progetto Blackfield senza l'ex-Porcupine Tree, che in contemporanea se ne districava in via quasi definitiva sfornando lo splendido “Grace For Drowning”.
E pensare che allora Wilson, sebbene tenendo la penna ben chiusa nell'astuccio, partecipò come strumentista full-time, rendendo di fatto un filo meno drastico il suo annunciato distacco, le cui prime crepe potevano esser fatte risalire addirittura al già imperfetto secondo parto dell'act.

Il ritorno proprio all'eponimia seguita da numero romano aveva fatto sperare in una ricongiunzione tra le due metà – volendo leggere “Welcome To My Dna” come l'annuncio solenne della presa di controllo di Geffen sul marchio Blackfield – quando invece “IV” altro non è se non l'atto definitivo del passaggio di consegne, come a dire Wilson che cede ad Aviv la totalità della sua parte di marchio, presentandosi quasi per dovere solo in veste di vocalist e chitarrista in un paio di brani. Per contro, il Geffen che si presenta condottiero unico della (ormai solo) sua creatura è un songwriter decisamente più padrone dei propri mezzi, che chiama a sé un breve cameo di ospiti di lusso con il preciso intento di condurla verso i lidi di un pop-rock a tinte romantiche, totalmente estraneo alle venature wilsoniane del passato.

Queste ultime fanno capolino nella sola “Pills”, brano che sembra provenire da dei potenziali Alan Parsons Project del nuovo millennio e che si colloca al vertice di un disco per il resto privo di qualsiasi acuto, per quanto senza dubbio più compatto e “maturo” del predecessore. L'aria che si respira è ben rappresentata dalla ballata “XRay”, dove la voce di Vincent Cavanagh tenta di cullare in un'atmosfera da lacrimoni, riuscendo a riprodurla perfettamente senza però sfiorare il cuore. Ed è proprio un'anima a mancare, di nuovo, alle composizioni di Geffen, formalmente impeccabili, ma innocue - un autentico insulto per chi aspirerebbe a suonare “romantico”: si prendano lo sviolinio di “Faking”, il crepuscolo di “Springtime”, il tentativo anthemico di “Lost Souls” e il breve quanto interminabile duetto tra l'arpa e la voce di Jonathan Donahue di “The Only Fool Is Me” come esempi altrettanto calzanti.

E a conti fatti, volendo soprassedere su un paio di autentici scivoloni – quella “Jupiter” che nemmeno Wilson riesce a salvare dalla banalità più pura e stucchevole e il plastico rockettino di “Kissed By The Devil” - e concedere una menzione di merito al buon duetto con Brett Anderson nella notturna “Firefly”, “IV” è un disco che porta con sé l'unico, imperdonabile difetto di non lasciare nessun segno.
Ce lo si può ascoltare anche volentieri in un pomeriggio primaverile di cielo sereno, saltando quel paio di brani, giusto per farsi tenere compagnia senza pretendere emozioni. Tutto bene, non fosse che sono proprio queste ultime, da almeno due dischi a questa parte, l'obiettivo che Geffen cerca di raggiungere e continua a non riuscire a vedere nemmeno con l'ausilio di un potente telescopio, come quello che campeggia nella bellissima e illusoria copertina.

(29/10/2013)

  • Tracklist
  1. Pills
  2. Springtime
  3. X-Ray (feat. Vincent Cavanagh)
  4. Sense Of Insanity
  5. Firefly (feat. Brett Anderson)
  6. The Only Fool Is Me (feat. Jonathan Donahue)
  7. Jupiter
  8. Kissed By The Devil
  9. Lost Souls
  10. Faking
  11. After The Rain
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