Non fa eccezione nemmeno “Wooden Ball”, ultimo titolo in ordine cronologico della stralunata coppia della East Coast, che in neanche mezz’ora di durata sventaglia il suo armamentario di sintetizzatori vintage e modernariato kitsch in un connubio spiritato e rigorosamente lo-fi, perfettamente inquadrabile nell’epopea (post-)ipnagogica, e nella conseguente estetica da ricordo del ricordo, che tanto ha imperversato in tempi recenti. Il risultato però, ha ben poco a che vedere con l’orda di chillwaver della prima e ultima ora, avendo più punti in comune con le viscose brodaglie psichedeliche di inizio anni 90 rispetto ai decenni anteriori che invece tenta disperatamente di rievocare.
Con soltanto cinque dei sedici brani ad abbattere la barriera dei due minuti, il pastiche di “Wooden Ball” si muove frenetico e scostante, dimenandosi senza sosta alla ricerca di nuove alchimie da sfruttare, di ulteriori tracciati sui quali imprimere il proprio marchio. Peccato però che ci sia ben poco da imprimere, su questi quadretti di domestica creatività musicale, quando a mancare è il sostegno non soltanto della scrittura, davvero insufficiente sotto tutti i punti di vista, ma anche di idee compositive forti e brillanti, con cui quantomeno sopperire parzialmente alla carenza.
Sotto, ma spesso attorno, al cantato debosciato e monocromatico di Sarah Smith (spesso confluente in lunghe sequenze di spoken word), si ergono sfasate sarabande di synth-pop liquefatto (“Look At Me Now”, la più persuasiva nel complesso, ma anche numeri da funambolo maldestro come “Time To Remember” e “Cow”), slabbrate ascendenze library (“Rich Man”), episodi che riportano alla mente i mirabolanti patchwork di Ariel Pink (“I Can Pay” e le sue armonizzazioni, “Pain Station”), quasi tutti incerti però su quale direzione prendere, annebbiati dalla voglia di stupire e di sedurre l’ascoltatore sin dal primo istante, dimenticandosi un po’ di tutto il resto. Così, tra repentini sbalzi d’umore (“I Circle Near” e l’improvviso cambio di rotta nel finale, in un ritorno ai loro convulsi maneggi sintetici), e plateali manifestazioni d’amore per un immaginario fatto di plasticose visioni d’antan, sfugge totalmente il senso dell’operazione, il controllo di un materiale che procede di conseguenza come più gli aggrada, senza un filo di progettualità alla base.
Alla fine, ciò che rimane è un appeal puramente di facciata, uno spudorato quanto goffo tentativo di “famolo strano” che forse riesce a riscattarsi un minimo soltanto grazie alla generosa iniezione di autoironia profusa nei testi. Per il resto, un disco consigliato tanto quanto una tazza di caffè ad un iperteso.
10/05/2013