Chasing Kurt

From The Inside

2013 (Suol) | house-pop, deep-house

Debuttare nel 2013 annunciandosi come “nuovo progetto deep-house” è quanto di più anacronistico e paraculo un artista possa fare. Anacronistico perché in una contemporaneità in cui, sul versante (post)-house, il garage e la sua moltitudine di derivati si stanno bruciando a vicenda in esplosioni estemporanee un possibile dominio di scena a lungo termine, sentir riaffiorare una definizione che a sua volta si esaurì a inizio millennio - per buona parte nelle sale lounge delle discoteche più pettinate - non può che mandare in cortocircuito ogni singolo bulbo pilifero del corpo. Paraculo perché nel frattempo le discoteche di cui sopra esistono ancora, hanno ancora il loro bel seguito di gente perbene e i loro divanetti continuano a essere cullati da lunghi mix affini alle declinazioni più plastiche di quei suoni (chill-out, per i più).

L'operazione dei tedeschi Chasing Kurt – all'anagrafe Pascal Vert e Wojtek Kutschke, più la voce di Lukas Poloczek – può dunque in apparenza (e non ci sono nemmeno in conclusione troppe ragioni per pensare che non sia così) sembrare il più classico dei tentativi di infilarsi nel mondo dell'elettronica per la via più facile, quella che garantisce di campare senza rischi e troppa popolarità, e con altrettanto scarso dispendio di energie.
“From The Inside” mostra però una natura che di vicino al mondo deep ha solo parte delle coordinate stilistiche: un buon disco di soul-pop introverso e suadente, che se da un lato si presta alla perfezione per un qualsiasi remixer pronto a portare un suo brano nei mix di cui sopra, dall'altro offre un ascolto gradevole e decisamente adatto alla stagione in corso.

Siamo, per capirsi immediatamente, su quei territori già solcati quest'anno – con risultati tutt'altro che esaltanti - da progetti come Different Marks e Karocel: litanie sincopate prolungate allo sfinimento, tanto che nei sette minuti di “Heavenly” sembra di trovarsi sbattuti a tarda notte nella Chicago del 1986. Ed è proprio questo, probabilmente, quanto di meglio l'album riesce ad offrire: la situazione si ripresenta infatti pure nella title track scelta come singolo di lancio e nell'ancor più vivace “It Shines On Me”, dove fanno capolino persino quei loop di pianoforte che in tema house sono ormai sinonimo per eccellenza di vintage. Questo è quanto, il resto è noia (in tutti i sensi): nulla di nemmeno lontanamente eclatante, ma che in paio con l'approccio sfumato della buona “Lose Myself” basta e avanza a far raggiungere al disco ampiamente la decenza.

Se l'elettronica è oggi, come sostengono opinabilmente molti, l'unico sottoinsieme della musica in cui è ancora possibile trovare ossigeno non consumato e coniare linguaggi che oltrepassino quelli già esistenti, non è certo grazie a prodotti come questo, che sul già sentito giocano invece tutte le loro carte senza nemmeno le mediazioni dell'omaggio o della retromania. Ma sono anche i dischi come questo che continuano e continueranno a tener vivo quel ponte che rende l'elettronica forse l'unico linguaggio musicale in grado di attrarre l'interesse delle fasce più disparate di ascoltatori: quelli a cui piace ballare, quelli a cui piace esplorare, quelli a cui piace (come in questo caso) sedersi in salotto e ascoltare senza spendere energie né farsi emozionare. Che piaccia o meno, il disco come tutto questo.

(11/12/2013)

  • Tracklist
  1. Family Guys
  2. Lose Myself
  3. Heavenly
  4. In Control
  5. Running Searching
  6. From The Inside
  7. Take Me Home
  8. It Shines On Me
  9. Money (feat. Chopstick & Johnjon)
  10. This Is My Religion
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