Covenant

Leaving Babylon

2013 (Dependent/Metropolis) | future-pop, synth-pop

Delle volte, è proprio un piacere essere smentiti. Ad attenersi a quanto ascoltato con l'Ep d'anteprima “Last Dance”, sembrava davvero che le differenze con il passato fossero millimetriche, un mero orpello rispetto a un sound così ben cristallizzato e definito da risultare davvero inamovibile. A quanto pare, ai Covenant è venuta voglia di giocare tiri mancini e far prendere fischi per fiaschi: senz'altro i tempi erano maturi per una ridefinizione della propria estetica musicale, ma aspettarsi sostanziali cambiamenti, da chi come loro il cambiamento lo ha sempre concepito come un placido oscillare attorno agli stessi temi, era correre troppo in là con la fantasia.
E invece no. Addio a Babilonia, tanti saluti a molti degli affetti di un'intera epoca, e dritti verso nuovi orizzonti, lo sguardo che corre già alla prossima meta. Certo, Eskil Simonsson e soci non hanno rinunciato di punto in bianco al loro status di paladini del future-pop, la loro impronta caratteristica ancora tiene banco, pure nell'economia scombussolata di un ottavo disco portatore di notevoli sorprese. Poterli apprezzare in una chiave così propositiva spazza via però qualunque perplessità sul loro incrollabile fissismo: non rimane che guardarli percorrere fino in fondo questo nuovo sentiero.

Ed è ironico (e al tempo stesso decisamente comprensibile) che a inquadrare la fuga da Babele sia proprio l'esodo stesso, l'addio alla gloriosa consuetudine del passato: le bordate di synth della title track, immerse in una cupa atmosfera industrial, sono forse il rimando più diretto, assieme alla stessa “Last Dance”, all'universo futuristico di “Skyshaper” e “Modern Ruin”. Altrove l'utilizzo dei sintetizzatori non è spinto dalle stesse intenzioni: ben più che una “fredda” foga ballabile di stampo mitteleuropeo, a dominare sono atmosfere più sinuose e insolenti, supporti sonori che della Ebm che fu non possiedono che un flebile ricordo.
Non si tratta però del ritorno ai toni introspettivi di “Europa” e “United States Of Mind”, per quanto l'andamento riflessivo di quei lavori finisca inevitabilmente con il permeare anche l'ultima fatica. La perfezione cristallina degli anni Zero non è trascorsa invano, fa sentire tutto il suo peso specifico: i decadenti pattern capillari su cui scivola “For Our Time” molto condividono del rigore formale dei precedenti lavori. Così è pure per l'impianto goth della seguente “Thy Kingdom Come”, con quelle tastiere-clavicembalo a risuonare inflessibili lungo tutto il corso della canzone.

Al solito, anche il roboante baritono di Simonsson si ritaglia una posizione di rilievo, non rinuncia alle sue interpretazioni stentoree: che soddisfazione però, vederlo cimentarsi con successo nel declamare in odor di David Sylvian di “I Walk Slow”, oppure giocare con il lato più tenebroso del proprio timbro vocale, nel sinistro fascino della citata “For Our Time”. Un senso della performance che trova ottima corresponsione nelle ricche dinamiche del disco, forti di sviate imprevedibili e di affiliazioni per le quali altri hanno gettato al vento la carriera: se la lunga chiusura senza titolo, synth-ambient lenta e distaccata, potrebbe quasi sembrare un sintomo di pretenziosità a basso sforzo (pretenziosità che invece emerge negli 80 minuti di ambient-drone inclusi in un secondo destinato all'edizione limitata), nei risvolti trancey di una “Not To Be Here” i Covenant mostrano che c'è modo e modo di reinventarsi senza perdere una virgola della propria personalità.

Sì, i tempi in cui i Nostri si lanciavano in cavalcate sintetiche della potenza di una “Ritual Noise” forse sono stati lasciati alle spalle del tutto, non per questo la nuova fase dei paladini del future-pop parte sotto una cattiva stella. Resta da vedere dove questa li guiderà.

(16/11/2013)

  • Tracklist
  1. Leaving Babylon
  2. Prime Movers
  3. For Our Time
  4. Thy Kingdom Come
  5. I Walk Slow
  6. Ignorance And Bliss
  7. Last Dance
  8. Auto Circulation
  9. Not To Be Here
  10. Unnamed (bonus track)
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