Deafheaven

Sunbather

2013 (Deathwish) | post-metal

Un dato di fatto: chi oggi riesce a scalare i gradini dell'underground e raccogliere consenso presso un pubblico più vasto e insospettabile, verrà tacciato senza indugi di “hipsterismo”, malvisto dalla fazione true e deriso da chi ritiene si tratti di una ennesima trappola dell'hype. Quante le terminologie detestabili e gli atteggiamenti di superiorità nella nuova guerra santa, quella del download e dell'ascolto compulsivo, purché se ne parli (male).
E' il destino di chi, come i Deafheaven, cerca in ogni maniera di rifuggire tanto l'iconografia quanto i cliché musicali che li vorrebbero inscatolati in un trend preciso, per non rischiare – sia mai! – di considerarli un'eccezione nell'attuale panorama “estremo”.

Non so dirvi perché l'artwork del loro nuovo disco sia dominato da un rosa chiaro, ma posso dirvi il perché di “Sunbather”: l'immagine, ripresa nelle parole della title track, è quella del frontman alla guida della propria auto in un giorno di scuola; parcheggiato di fronte al giardino di una villetta borghese, dove una ragazza sta distesa al sole, rimane a guardarla e riflette sulle proprie scelte di vita sbagliate, su quella immobilità così difficile da scrollarsi di dosso.

Held my breath and drove through a maze of wealthy homes. I watched how green the trees were. I watched the steep walkways and the white fences. I gripped the wheel. I sweated against the leather. I watched the dogs twist through the wealthy garden. I watched you lay on a towel in grass that exceeded the height of your legs. I gazed into reflective eyes. I cried against an ocean of light”.

A parole sembrerebbe di rivedere lo stesso bagliore accecante e disilluso della provincia americana dipinta da Edward Hopper nel corso dei suoi lunghi anni, illustrazioni che richiamerebbero ben altri tipi di colonna sonora. Invece “Dream House”, ripartendo dalle atmosfere del primo Lp, spalanca un varco di luce tutta nuova, di tensione drammatica ancora una volta in perfetta sintonia coi chiaroscuri del post-rock strumentale. Un'apertura che è già di per sé il manifesto di ciò che verrà insistito nel corso di un'ora intera, nei quattro lunghi brani principali di “Sunbather”.

La segmentazione del disco tende infatti a isolare i passaggi più riflessivi, che in “Roads To Judah” coesistevano all'interno di strutture individualmente più complesse. Tra questi spicca “Please Remember”, un'ipnotica melodia in reverse che lentamente si addensa in un rantolo rumorista e di nuovo trova pace negli accordi di una chitarra acustica – eccola, semmai, l'ombra degli Agalloch.
Tale atmosfera si sovrappone all'intro del brano più lungo e greve della tracklist, “Vertigo”: qui come altrove emerge lo squilibrio che segna il più significativo scarto con l'esordio; si percepisce una dissipazione nel tempo di quella potenza così mirabilmente dispiegata in precedenza, sia in studio che dal vivo. Le furenti traversate di “Sunbather” sorreggono, peraltro, testi sempre più forbiti, le cui parole difficilmente trapelano dalle grida del vocalist George Clarke, se possibile ancor più strazianti di due anni fa.

Tutto scorre, e senza che venga mai meno quel sound corposo che il popolo della rete va sempre più elogiando; ma l'epicità che rese folgorante “Roads To Judah”, saggio esemplare di sintesi e visceralità, si confonde in un minutaggio arduo a tenersi in piedi senza cali d'impatto. “The Pecan Tree” ci lascia con un fade out venato di irrisolutezza, benché aperto su un orizzonte dalle tinte tutt'altro che scure. Consapevoli che in questo caso non servisse un salto di qualità, abbiamo avuto senz'altro la degna conferma di una realtà musicale ben lungi dall'essere un bluff, e le cui atmosfere ritorneranno ciclicamente nei nostri cattivi umori a venire.

(11/06/2013)

  • Tracklist
  1. Dream House
  2. Irresistible
  3. Sunbather
  4. Please Remember
  5. Vertigo
  6. Windows
  7. The Pecan Tree
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