Deap Vally

Sistrionix

2013 (Island) | rock-blues

Quando le foto promozionali raccontano già quasi tutta la trama da sole…
Condensare un intero storyboard in appena un paio di inquadrature sibilline è impresa possibile, se si ha a che fare con artisti a una sola dimensione che non chiedano altro che un’immagine per volare in alto. Se poi a sospingerli provvede la benevola brezza calda dell’hype, il gioco dovrebbe essere cosa fatta senza ulteriori complicazioni. Sembra essere andata proprio così alle Deap Vally, duo losangelino fresco d’esordio con la Island dopo una brevissima gavetta a rimorchio di Vaccines e Muse. Gli scatti, si diceva: prendete un paio di sgallettate dall’aria forzatamente provocante – una Joan Wasser con i capelli biondi di Cassie Ramone e una Melissa Auf der Maur in sedicesimo – e piazzatele sul cassone di un pick-up con in mano una bella lattina di cheap beer da mezzo litro, oppure avvinghiate l’una all’altra in posa saffica che qualcuno immagina ancora trasgressiva. La vostra rock band tascabile è pronta all’uso.

Certo ci sarebbe poi anche il corollario della parte musicale, ma occorre essere davvero sicuri di voler approfondire il discorso. Per venirvi in contro, vi diciamo cosa potreste trovare nella prima traccia di questo “Sistrionix”: botte di sudicio amplificatore, cantato sporco e sguaiato che pare riduttivo definire “di maniera” e riff oltremodo furbi, elementari, orientati a tracopiare lo standard garage-blues dei White Stripes seppur con esiti penosi. Il taglio muscolare è anabolizzato da una produzione scaltra e senz’anima (curata da Lars Stalfors, già al lavoro con gli ultimi Mars Volta), mentre l’intera posta in gioco è indirizzata sul solo piano formale, sull’apparenza, a riprova del vuoto cosmico dietro una simile operazione di marketing rock. La cosa preoccupante riguardo all’inaugurale “End of the World” è che si tratta di uno dei passaggi meno indecenti dell’intero disco. Detto tutto. A seguire, le coordinate restano infatti le medesime – un pastone sonoro di sconfortante piattezza a base di graffi di chitarra (sempre gli stessi) e un drumming tonante quanto sconclusionato – così come l’assenza di sostanza, di brividi veri e di un citazionismo in grado di rielaborare il passato in maniera un minimo personale.

Dal coro di “Baby I Call Hell”, che si vorrebbe cattivo ma non è altro che stucchevole, all’impalpabile gospel posticcio della ghost track acustica scelta come epilogo, la galleria di scialbe istantanee sonore si trascina stancamente, tra distorsioni dispensate senza sorprese un tanto al chilo, l’insopportabile cagnara vocale di Lindsey Troy e il consueto guazzabuglio senz’arte né parte della sua Fender Mustang, falsa come Giuda. Sconcerta che ci sia in rete qualcuno che si è spinto ad azzardare addirittura paragoni con le Sleater-Kinney degli anni d’oro, quando è adamantino che, al di là del sesso delle musiciste, in comune tra i due gruppi non vi sia alcunché. Il garage-rock dovrebbe essere sì disimpegno, ma anche genuina e romantica passione, purezza insomma. In “Sistrionix” non vi è niente di tutto questo, nemmeno quell’istrionismo e quella complicità tutta femminile cui il titolo vorrebbe alludere. La fantomatica tempra da riot grrrls si traduce nelle Deap Vally in un vuoto simulacro a base di ammiccamenti, retorica sessista (sterile quanto tremenda) ed esche per gonzi piazzate a mo’ di ciliegine: in definitiva un prodotto (solo di questo si tratta) dal quale è bene tenersi a debita distanza, insincero all’ennesima potenza e studiato a tavolino apposta per cavalcare l’onda del rinnovato interesse per le sonorità grezze di certo rock californiano.

Dannarsi a trovare qualcosa di salvabile è pura fatica di Sisifo, considerando che più che al “meglio” si è sempre costretti a guardare al “meno peggio”. Si potrebbero menzionare i refrain di “Lies” o “Bad For My Body”, dove qualche idea a livello di scrittura (due parole altisonanti e di certo sprecate nel caso delle Deap Vally) non pare del tutto da buttare, per quanto poi vanificata in un amen dalla solita interpretazione cialtronesca della Troy. In “Six Feet Under” le due statunitensi provano a profondere scampoli di trepidazione rallentando un po’ e giocandosi in extremis la carta di una maggior disciplina: il risultato finisce tuttavia per rivelare un retrogusto da amplesso simulato che non va molto più lontano di tutto il resto. Va bene che il rock sia scevro da sovrastrutture, ma un minimo d’impulso e sentimento non guasterebbero. Bastasse un suono crudo e tagliente a fare un disco, forse anche le Deap Vally avrebbero una loro ragion d’essere. Peccato che in “Sistrionix”non vi sia nulla che riesca a evitare di suonare ruffiano e, nel contempo, didascalico.

Una colossale presa per i fondelli spacciata per garage-revival, al cospetto della quale persino una come Courtney Love potrebbe legittimamente rivendicare per se stessa un ruolo di irrinunciabile monumento della musica.

(06/09/2013)

  • Tracklist
  1. End of the World
  2. Baby I Call Hell
  3. Walk of Shame
  4. Gonna Make My Own Money
  5. Creeplife
  6. Your Love
  7. Lies
  8. Bad For My Body
  9. Woman of Intention
  10. New Material
  11. Six Feet Under






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