Deep Purple

Now What?!

2013 (Edel) | hard-rock

Il solito mare di folla, tra chiacchiere, spintoni e un caffè, partecipa combattivo alla 300esima Fiera del disco; affari d’oro in vista, nonostante la crisi infinita. Prendete il banchetto lì in fondo a destra, pare abbia venduto un’edizione coreana, stampata in tre copie, di cui due difettose, di “Made in Japan”; si vocifera di 5.000 euro, ma potrebbero essere sterline. Cosa non si farebbe per abbracciare ancora una volta un vecchio mito del rock, per provare a sentire sulla propria pelle i sapori, i rumori di un’epoca magari mai vissuta sul serio, o magari sì e allora che bello ritornare indietro, quando la musica giovanile doveva ancora edificare una buona parte della propria leggenda.

Cosa sarebbero disposti a dare in cambio i vecchi draghi del bel tempo che fu per non apparire come foto ingiallite da conservare dentro un comodino? I Deep Purple sono tornati da quelle notti di mezza estate giapponesi oltre 40 anni fa, sono avvezzi al tributo e ai complimenti, diplomaticamente britannici si prestano alla stretta di mano, al pasticcio di pennarello e ai flash di rito, ma vorrebbero andare oltre “Black Night” e “Smoke On The Water”. Sono stati avvisati da una voce fuori campo: impossibile ragazzi (ehm… ), quello è materiale prezioso, un diamante dai contorni perfetti, fare finta di niente sarebbe come ripudiare un genitore. Ah, visto che ci siete, piazziamo le solite 35-40 date in giro per il globo? Non c’è bisogno di un disco nuovo, tanto nessuno vuole ascoltarlo, e poi non sapremo come allestire uno straccio di promozione.

E invece no, pare abbia gridato (si fa per dire) Ian Gillan. Così, a otto anni di distanza dall’ultimo parto discografico, "Rapture Of The Deep", ma soprattutto a diciasette dall’ultimo realmente ascoltato da qualcuno (“Purpendicular”, l’ennesimo nuovo start, e non era niente male), i tipi hanno deciso di dare un taglio alla pur remunerativa e piacevole routine, tour, viaggi, cene, tutti i comfort, bella vita sì, ma quando è troppo è troppo?! Prima mossa: chiamare alla regia il signor Bob Ezrin, proprio lui, l’ingegnere dietro i successoni di Alice Cooper, Kiss, proprio lui, il signore a cui Roger Waters chiese più di un consiglio nel tentativo, poi riuscito innumerevoli volte, di scavalcare il muro più ostico di tutti i tempi. Seconda mossa: cerchiamo di fare una cosa dignitosa cosicché la dovuta dedica al compianto Jon Lord non appaia come una battuta di cattivo gusto.

E ora che si fa? Una domanda ricca di auto humor british che i cinque vegliardi hanno provato a trasformare in urlo di guerra. Il risultato non profuma di ruggito ma neanche di strozzature disperate da relitti giunti all’ultima spiaggia. I tizi rimangono sempre degli abili mestieranti. E allora, ecco serviti undici brani, più una bonus track per i più affezionati spendaccioni, con i quali rileggere uno stile che fece proseliti ovunque, tra blues, memorie sinfoniche, ammiccamenti pop. E, con un po’ di pazienza, anche stavolta qualche cartolina potrebbe essere conservata (ma occhio al prossimo trasloco): il singolo “Hell To Pay” è una discreta canzonaccia dotata di un certo vigore, con Gillan che riesce a non cadere nella caricatura, Paice e Glover che macinano, Steve Morse che, come al solito, non ha eguali nell’utilizzo dei cromatismi in chiave ritmica, Don Airey che offre la migliore imitazione di Lord; “Body Line” che approccia la materia Purple in chiave fusion, alla Toto modello “Rosanna”, con l’incipit di Paice travestito da Jeff Porcaro, un ritornello dal sapore Aor, tutto molto agile e fresco, nonostante i modelli di riferimento; “Above And Beyond”, dall’andatura compassata, quasi recitata, salvo le classiche impennate, con le tastiere gustosamente seventies, approdo facile ma anche piacevole; “Uncommon Man”, l’omaggio atteso al baffo che non c’è più, sette minuti di orchestrazioni prog che a metà dell’opera si rifanno al vecchio spartito di “Fanfare For The Common Man”, senza però mai apparire grossolani; anche questo può essere visto come un traguardo superato, come pure quello di aver scongiurato, per l’ennesima volta, il più volte annunciato tour nei migliori ospizi del globo.

(12/05/2013)



  • Tracklist
  1. A Simple Song

  2. Weirdistan

  3. Out of Hand
  4. Hell to Pay

  5. Body Line

  6. Above and Beyond

  7. Blood from a Stone

  8. Uncommon Man

  9. Apres Vous

  10. All the Time in the World

  11. Vincent Price

  12. It’ll Be Me (bonus track)
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