Deerhunter

Monomania

2013 (4AD) | light-psych

Bradford Cox è uno dei musicisti contemporanei più amati dal popolo indie, anche per la particolare storia personale segnata da un’infanzia difficile e da una terribile quanto rara malattia genetica (la sindrome di Marfan) che ha contribuito in maniera determinante al suo rinchiudersi nella musica. I Deerhunter, la sua creatura principale, nonché una delle formazioni più interessanti e importanti degli ultimi anni, erano attesissimi dopo una serie di album riusciti e decisamente ben accolti.
I segni di grandezza mostrati finora lasciavano presagire l’arrivo di un album memorabile, quel capolavoro assoluto che è senz’altro nelle corde della band, ma che finora non è stato ancora realizzato. E purtroppo l’ulteriore saltino in avanti non si verifica, cosa che fa di “Monomania” la più grande occasione sprecata dei Deerhunter, la delusione maggiore della loro discografia.

I Deerhunter si confermano bravi sia a maneggiare il caos (“Leather Jacket II”, un garage-rock con spiccata personalità, eleggibile come miglior traccia del disco), sia ad assecondare i mai sopiti istinti pop (“The Missing”, “Sleepwalking”). Sanno farsi più americani in “Pensacola”, ma anche assumere un passo da spy-story in “Blue Agent” e diventare carezzevoli in “T.H.M.” e “Nitebike”, relegando l’unica digressione sonica alla coda della title track.
Rispetto al passato si scorge una forma canzone più nitida, un formato più canonico, che spesso svolazza verso certo pop obliquo, concedendo minori spazi agli sperimentalismi e alle divagazioni sul tema, ed è arduo dire se questo possa essere un bene nell’economia della band. Il risultato è una parziale sterzata che fa allontanare il quintetto di Atlanta da quelle esplorazioni ambient-punk con cui lo stesso Cox amava classificare i Deerhunter.

Non lussureggiante quanto i suoi predecessori, “Monomania” risulta più diretto e immediato, in grado di catturare l’attenzione sin dal primo ascolto, ma di rivelare con altrettanta velocità l’evidente mancanza di spessore. C’è meno epicità e più concretezza in un disco che si presenta più fruibile ma al tempo stesso più ripetitivo e meno sorprendente rispetto a “Cryptograms” o “Microcastle/Weird Era Cont.”.
Scompare quasi completamente la vena psichedelica del gruppo, così come viene meno la produzione raffinata del precedente “Halcyon Digest”, in grado di consolidare la fama dei Deerhunter a livello internazionale. Le strutture vengono lasciate a uno stato volutamente più grezzo e meno ricercato, più Lotus Plaza che Atlas Sound, tanto per intenderci, qualora vi fossero familiari i progetti solisti dei due fari (e co-autori) della band, Lockett Pundt e lo stesso Cox.

Purtroppo la semplicità “pop” in questo caso non si dimostra una virtù: tutto troppo scontato, senza sorprese, con poco mordente, e le pur belle melodie non riescono a stupire, nonostante la voce (come al solito) struggente ed i buoni intrecci di chitarre.
Fate attenzione però, Cox sa benissimo come creare un capolavoro, come plasmare il proprio disco definitivo, ci metterebbe poco a farlo, solo che nella sua lucida follia gioca a prenderci per i fondelli, e decide ancora una volta di non realizzarlo. Appuntamento rinviato al prossimo capitolo.

(29/04/2013)

  • Tracklist
  1. Neon Junkyard
  2. Leather Jacket II
  3. The Missing
  4. Pensacola
  5. Dream Captain
  6. Blue Agent
  7. T.H.M.
  8. Sleepwalking
  9. Back To The Mddle
  10. Monomania
  11. Nitebike
  12. Punk (La vie antérieure)
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