Delphic

Collections

2013 (Chimeric / COOP Music) | electro-pop, urban-pop

E' un disco che parla di una profonda crisi, “Collections”: la crisi di una band totalmente svuotata di ogni impulso creativo a seguito di un esordio smagliante (se ne facciano una ragione tutti i detrattori, “Acolyte” fu un vero colpaccio, alla faccia di chi vedeva in loro giusto delle pallide imitazioni dei New Order) e di due intensissimi anni spesi a portare la propria musica in giro per il mondo, a seguito dei quali non era balenata nemmeno un'ipotesi in merito a un eventuale secondo album. E' però anche un disco che parla di riscatto e rinascita, che vede i Delphic ritrovare il bandolo della matassa, superare l'arenamento e ogni possibile congettura su un potenziale scioglimento, e che infine li mostra equipaggiati di idee sufficienti a donare un seguito a cotanto esordio.
Il risultato, in tutti i sensi, ha dello spiazzante. Coscienti che tentare di ripercorrere la strada del debutto (per dirla in soldoni, un pop elettronico obliquo e articolatissimo, ballabile ma non scevro da un afflato notevolmente rock) sarebbe equivalso a un vero e proprio suicidio, in termini sia di riscontro commerciale (i tre riuscirono ad afferrare la top ten in classifica) che di reale spinta creativa, i mancuniani sparigliano le carte in tavola e allargano il ventaglio delle influenze, conferendo alle proprie canzoni il tocco di un sound urbano, decisamente più attento alle dinamiche correnti.

Laddove l'accolito amoreggiava con gli anni 80, trascinandoli con prepotenza in un non-luogo fatto di sfuggenti e fluide visioni contemporanee, queste raccolte non si lasciano disciplinare così facilmente da tratti estetici comuni (“non ci siamo mai voluti porre dei limiti, e questo album è una riflessione sul come abbiamo tentato di prendere spunto da ogni dove, introducendovi quante più influenze possibile”, ha dichiarato la band), dando un senso concreto, tangibile al loro stesso nome. E se si mantiene intatta l'abilità del trio (adesso un quartetto) nel costruire e dare spolvero a tessiture sonore complesse e articolate, lontanissime comunque da qualsiasi forma di pesantezza, questa stessa abilità viene adesso assoggettata all'elaborazione di brani differenti sia per la struttura che per le intenzioni, dal minutaggio tra l'altro decisamente più contenuto.
Chi cercava quindi in questo album nuove fughe sintetiche sulla scia di una “Acolyte” o di una “Remains” resterà completamente a bocca asciutta. Già il buon singolo di lancio “Baiya” testimonia l'avvenuta trasformazione: strofe e ritornello in picchiata libera, sorprendentemente aggressivi rispetto al previsto, un elegantissimo motivo d'archi e quel beat geometrico, ammaliante, a spezzarne la sontuosità con quel tocco black che non sfigura affatto.
Di fatto, è l'apertura all'universo nero, alle sue sconfinate possibilità di contaminazione con l'elettronica e il vocabolario pop, a rappresentare la vera novità del disco, il punto di frattura col passato che interpreta l'intera operazione.

Chiaro, non si parla di una novità in senso stretto: nell'ultimo triennio, tra i vari The Weeknd, How To Dress Well, Jamie Woon e compagnia arrembante, hip-hop, R&B ed elettronica nelle sue varie declinazioni hanno intrapreso un discorso di interazione sempre più stretto e marcato: i Delphic comunque superano il rischio di incorrere in banalità con discreta facilità, possedendo il giusto carattere per far fronte a tale minaccia. Anche se non sempre i risultati sono all'altezza (si pensi a “Exotic” con l'imbarazzante siparietto rap centrale, “Memeo”), e delle volte il tiro melodico non è scevro da qualche sofisticatezza di troppo (“Changes” e i suoi repentini cambi di rotta), il connubio funziona comunque piuttosto bene, quando non decisamente bene, specialmente ogni volta che incrocia sul suo cammino la sensibilità epica dell'attuale pop d'Albione.
Dalle ascese emotive di “Freedom Found” (con l'attacco di mini-Korg al quale poi si sommano tutti gli altri strumenti, in un crescendo impetuoso d'intensità), all'utilizzo degli archi di “The Sun Also Rises” passando per la sexy malinconia di “Of The Young” e la coralità dissolta del suo finale, i Nostri approfittano del trend imperante per il ritornello schiacciasassi e lo applicano con una leggerezza tale da evitare che si trasformi in dipendenza.

A esulare infatti dall'ambito di un album che con un pizzico di fortuna potrebbe fruttare loro singoli con apprezzabili piazzamenti in classifica (in madrepatria, ovviamente), “Tears Before Bedtime”: messaggio sulla segreteria della tipa che lo lascia, e lui che si abbandona in un falsetto disperato sopra un accompagnamento dalle tinte jazzy, provocando uno stacco insolito, quanto gradito, dall'andamento deciso e trascinante del restante lavoro.
Cambiamento, insomma: è questa la parola chiave che anima “Collections”. Sbandierato forse fin troppo dalla band, non sfruttato sempre a dovere, questo cambiamento mette però i Delphic nella condizione di non essersi sparati tutte le cartucce a loro disposizione con l'esordio e di reggere il confronto col frenetico avvicendarsi di volti e tendenze visti nell'ultimo biennio. A ben vedere, la mossa più intelligente che potessero compiere, a costo di essere definiti da qualcuno “modaioli”.

(17/01/2013)

  • Tracklist
  1. Of The Young
  2. Baiya
  3. Changes
  4. Freedom Found
  5. Atlas
  6. Tears Before Bedtime
  7. The Sun Also Rises
  8. Memeo
  9. Don't Let The Dreamers Take You Away
  10. Exotic
Delphic su OndaRock
Recensioni

DELPHIC

Acolyte

(2010 - Polydor)
Il fortunato debutto del quartetto britannico, a base di pop elettronico e romanticismo

Delphic on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.