Drake

Nothing Was The Same

2013 (Universal) | hip-hop, pop-hop, r&b

Il meritato successo di “Take Care” (2011) – uno dei non frequenti casi in cui qualità e notorietà vanno di pari passo, in ambito mainstream – ha definitivamente proiettato il cantante e rapper canadese Drake nell’Olimpo di quel genere/non genere definibile a grandi linee come pop-hop, accanto a maestri riconosciuti come Jay-Z, Lil Wayne o Kanye West (secondo, ormai, solo a quest’ultimo per inventiva). E questo principalmente grazie alla sua capacità di modellare in maniera raffinata e un po’ “decadentista” una mescola sonora di hip-hop, urban, r&b, soul freddo e digitale di ascendenza albionica e suggestioni post-grime/dubstep, stemperando le forzature più edonistiche e triviali del “rap game” in una dimensione riflessiva ed esistenziale, sottolineata dalle inflessioni introverse e malinconiche nell’alternarsi di rappato e cantato, con quest’ultimo ad adombrare una sensibilità quasi femminile, non a caso ispirata, a detta dello stesso Drake, ad Aaliyah.

In questo senso, il nuovo lavoro prosegue su una linea di continuità, spostando tuttavia l’approccio stilistico verso un maggior rigore cromatico, delineato da colori freddi e omogenei, caratterizzato da uno sviluppo ancora più cartesiano rispetto al precedente e da atmosfere più scure e soffuse. Prodotto con l’eccellente contributo del suo abituale gruppo di lavoro (prevalentemente canadese), su tutti l’inseparabile Noah “40” Shebib, vero e proprio braccio destro del Nostro, “Nothing Was The Same” dispiega, su una tavolozza hip-hop dalle lucide sfumature desaturate, la solenne e dilatata componente anthemica di “Tuscan Leather”, la summa autocelebrativa di “Started From The Bottom” o  l’omaggio alla oldschool in chiave intimista di “Wu-Tang Forever” (con tanto di letterale citazione di “It’s Yourz”), la ritmica dura e le potenti sponde di basso di “Worst Behaviour” o Furthest Thing”, che attacca prepotente e sfuma in una seconda parte dimessa e confidenziale.

E se “Hold On, We’re Going Home”, con il suo giro vintage funky (oggi più che mai di moda) corretto da una spruzzata sintetica anni 80, da sola si guadagna una nomination fra i migliori singoli dell’anno, è nella pallida e rarefatta doléance soul macerata in sonorità elettroniche che Drake eccelle in lirismo e originalità: la liquida atmosfera dal battito onirico, piena di echi e riverberi al vocoder di “Own It”, “From Time” sofisticata come il cantato di Jhenè Aiko e il piano jazzato di Chilly Gonzales (notevole compositore e produttore canadese, capace di svariare dall’hip-hop a Erik Satie, dalle colonne sonore all’indie-pop), il ralenti sospeso e tenebroso di “Connect”, mentre le voci e cori strinati in sottofondo di “305 To My City”, ma soprattutto la melanconia piovosa e spettrale di “Too Much” confermano le aderenze con una parte della scena indipendente inglese post-grime, quest’ultima impreziosita dalla fulgida rivelazione di Sampha (Sisay), dotato cantante e songwriter, già collaboratore di SBTRKT e Jessie Ware, quasi una sorta di James Blake afroide e in procinto di sbocciare.

A completare un album affascinante e dall’architettura musicale ineccepibile sotto molti punti di vista, che nulla concede al sensazionalismo o alla ricerca del facile numero pop, giunge in chiusura la bella suite “Pound Cake/ Paris Morton Music 2”, che contempera un ulteriore omaggio al Wu-Tang Clan, la griffe vocale carismatica di Jay-Z e una serica coda strumentale, come pure degno di menzione è il minimalismo classicheggiante e quasi gotico di “All Me” (uscita fra i singoli e presente come bonus track nell’edizione deluxe).

(17/10/2013)

  • Tracklist
  1. Tuscan Leather
  2. Furthest Thing
  3. Started From The Bottom
  4. Wu-Tang Forever
  5. Own It
  6. Worst Behaviour
  7. From Time
  8. Hold On, We'Re Coming Home
  9. Connect
  10. The Language
  11. 305 To My City
  12. Too Much
  13. Pound Cake/ Paris Morton 2
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