Editors

The Weight Of Your Love

2013 (Pias) | new wave-rock arena

Quarto album in studio e terza versione di sé da proporre al pubblico per la band di Birmingham, che sembra, oggi più che mai, decisa a espandere le sue folle acclamanti ben oltre i porti sicuri del Regno Unito.  Dopo i primi due dischi in cui l’assalto chitarristico e una certa inclinazione a imitare gli Interpol la facevano da padrona  e il terzo, bello e coraggioso oltre ogni misura, che percorreva i sentieri di un synth-pop epico e ombroso senza però raccogliere i feedback attesi, Tom Smith e soci prendono armi e bagagli e si trasferiscono – non solo idealmente – negli Stati Uniti. Nashville, per la precisione, alla corte di Jacquire King, già con Tom Waits, ma responsabile  soprattutto dell’ascesa all’olimpo delle chart planetarie dei Kings Of Leon. Una virtù che, sin dagli esordi, non ha mai fatto difetto agli Editors, è una certa dimestichezza con un songwriting lineare e in grado di farsi ricordare, nonostante qualche rimando di troppo. Le canzoni, i nostri amici, le sanno scrivere e, per questo motivo, dovranno essersi infine posti la fatidica domanda: “Perché i Coldplay sì, e noi no?”.

Non crediamo di essere andati lontano dalla realtà nel delineare la genesi di “The Weight Of Your Love”, se è vero che, per raggiungere l’anelato obiettivo, non hanno esitato ad allontanare lo storico ma troppo vincolante chitarrista Chris Urbanowicz in favore del più funzionale Justin Lockey,  a cooptare il tastierista Elliott Williams, ma soprattutto a mettere al banco del mix Craig Silvey che, guarda caso, ricopriva lo stesso ruolo nell’incisione di uno dei rari number-one independent album a stelle e strisce: “The Suburbs”, dei canadesi Arcade Fire.
Quello che ne esce è un lavoro che punta dritto alla rock arena, portandosi appresso tutta l’expertise delle band inglesi che, dagli anni 80 ai giorni nostri, sono riuscite a far breccia nei cuori del pubblico statunitense. Ci riusciranno? Di certo non dovrete credere alle interviste in cui Tom Smith sbandiera la fatidica registrazione in presa diretta, il “buona la prima” di cui sono farcite le rassegne stampa nel chiaro intento di entrare nelle grazie degli americani, storicamente abbacinati da linguaggi sonori più immediati. Balle, giacché questa quarta uscita è studiata sin nei minimi particolari, puntando tutte le sue fiche sull’estetica del live chic, col nemmeno troppo coperto scopo di far saltare il banco. Volendo abbozzare dei parallelismi, il disco che aiuta a mettere a fuoco questo progetto è “The Joshua Tree”, ossia quello con cui gli U2 si lasciano alle spalle, pur non rinnegandoli, gli umori della vecchia Europa, prima del salto definitivo di “Rattle And Hum”.

Le strade degli Editors, insomma, un nome ce l’hanno eccome, ed è chiaro sin dalla declamatoria solennità di “The Weight”, con cui si apre la saga: battito di batteria, arpeggio di chitarra e afflati di Dave Gahan che fanno pendant con il probabile “put on your hands together” con cui Smith arringherà il suo pubblico dal palco. Non crediate però che si tratti di una mera infatuazione retrò, giacché in “Sugar” si mescolano con sapienza le scale arabe che furono degli Echo & The Bunnymen e certe teatralità proprie dei Muse, e però il pezzo gira e potrebbe dire la sua. Sempre a proposito di Bunnymen, è poi la volta del singolo “A Ton Of Love”, licenziato a maggio ma passato fino a questo momento piuttosto inosservato in madrepatria,  che cita fra le righe “The Cutter” pur facendo tutte le sue cose perbenino: riffone appiccicoso in incipit, brigde – appunto - alla “spare us the cutter”, e ritornello esplosivo che rimanda ai Then Jerico, un’ambiziosa mainstream wave band inglese, che giunse fuori tempo massimo a piazzare un album nella top ten britannica nel 1989.

In questa lodevole cavalcata verso i luminosi orizzonti della gloria, sarebbero mai potuti mancare i Coldplay? Certo che no, ed ecco allora “What Is This Thing Called Love” col suo balenare di un inusuale – per Smith – falsetto a condire una messe di archi che immaginiamo essere stati registrati al primissimo tentativo (come no), subito ribadita dalle seguente “Honesty”, in cui Billy Joel non c’entra se non nel titolo e nell’ambizione di diventare la ballad dell’estate 2013: ancora un falsetto come inciso, sospeso fra Brett Anderson e Chris Martin e, a seguire, il sornione “oh-oh-oh” che tanto piace sia al pubblico dei plurimilionari autori di “Mylo Xyloto”, che a quello un po’ più alternativo degli Arcade Fire. Il trittico per cuori teneri ma tormentati si chiude con “Nothing”, in cui i nostri, in barba al rischio di passare per dei gran ruffianoni, si cimentano in una spianata di archi che contrappunta, sola soletta, una voce che, in certi passaggi, sembra prelevata direttamente dall’ugola di Bruce Springsteen (!). Anche qui non può mancare l’oh-oh-oh d’ordinanza. In “Formaldehyde” e “Hyena” si imbracciano di nuovo le chitarre, con quest’ultima che sembra voler dare un contentino, sia pur in modo più edulcorato, ai fan della prima ora, mentre “Two Hearted Spider” torna ad abbracciare i primi amori, Joy Division e U2. La chiusura è riservata a una folk ballad sui generis, tanto piacevole quanto un po’ innaturale, in cui il vecchio Bruce fa di nuovo capolino, e a una pop song un po’ più tradizionale (“Bird Of Prey”), certo non da buttare, ma che fatica a lasciare il segno (oh-oh-oh a parte, s’intende).

Pur con tutte le indicazioni del caso, gli Editors si confermano un gruppo abile nel costruire canzoni, e il frontman Tom Smith riesce persino nel volenteroso tentativo di uscire dai suoi cliché, sia pur inciampando in altri: si sentono, insomma, pronti per il grande salto anche se, al momento, la critica britannica sta storcendo il naso. Ci auguriamo per loro che il pubblico non sia della stessa idea: per certi versi, sarebbe pure un peccato.

(01/07/2013)



  • Tracklist
  1. The Weight
  2. Sugar
  3. A Ton Of Love
  4. What Is This Thing Called Love
  5. Honesty
  6. Nothing
  7. Formaldehyde
  8. Hyena
  9. Two Hearted Spider
  10. The Phone Book
  11. Bird Of Prey
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