Fidlar

Fidlar

2013 (Mom&Pop) | skate-punk

Zac Carper, Brandon Schwartzel, Elvis e Max Kuehn (figli di Greg Kuehn, tastierista dei celebri T.S.O.L.) sono quattro ragazzoni della città degli angeli che nel 2011 decidono di riunirsi ogni santo giorno nel garage di turno, nel più classico degli incontri (post)adolescenziali, e dar vita così all’ennesima rock band americana tutta sole e punk brufoloso, con l'intento di puntare dritto al cuore dei giovani nerd in cerca di celeri scosse sonore da consumare magari in spiaggia, tra un po’ di cera da spalmare sulla tavola e un bikini da adocchiare.
Il primo Ep, “DYDUI”, esce proprio nel 2011 e racchiude solo quattro pezzi per un totale di otto minuti, tre dei quali contenuti nel qui presente album omonimo. Trattasi di intriganti e talvolta ispiratissime schegge garage dal sapore ovviamente nostalgico, tra coretti irriverenti e improvvise aggressioni punk, testi birbanti e chi ne ha più ne metta.

Due anni ed eccoli rispuntare con altre undici tracce, pronti a farsi conoscere al resto del pianeta nella più totale irriverenza sonora. Parte della critica musicale a stelle e strisce ha etichettato il disco come surf-punk, ma in realtà ad un ascolto attento non è così difficile evincere spunti melodici tipici del Vecchio Continente, in particolare slanci tipicamente indie, lì dove con questo termine possiamo individuare quel rockettino britannico, che ormai di "indipendente" ha soltanto il nome. Nulla di clamoroso, ma un prodotto fresco, con buone canzoni (i riempitivi sono giusto un paio) e l'intuizione di miscelare elementi di generi fra loro diversi.

Il vintage continua ad andar tremendamente di moda? Benissimo: eccovi servito del punkettino leggero, confezionato in maniera intelligente, in grado di distinguersi pur senza spiccare per originalità. Registrazioni che vogliono avere un'aura lo-fi, ma riprese con qualità e maestria, che ricordano alcuni storici prodotti surf e rockabilly. Voci effettate un po' alla Strokes, alcune interessanti trovate chitarristiche (con più di qualche intreccio niente affatto male) utili a far apparire il prodotto meno scontato.

E’ questa la formula vincente dei Fidlar. L’attacco irresistibile dell’introduttiva “Cheap Beer” farebbe gola a mezzo universo garage indipendente rigorosamente americano, ma non solo. “No Waves” ha un motivetto trascinante e immensamente stupido, capace di conficcarsi in testa e non andar più via per almeno mezza giornata. C’è spazio finanche per un pizzico di nostalgia sixties (“Gimmie Something”) e per del sano garage-rock polverosissimo in perfetta scia Black Lips (“Blackout Stout”). L’incedere scazzato e penetrante di “Paycheck” conferma lo stato di grazia della band losangelina, prima che il riff cazzuto di “Cocaine” chiuda le danze in bellezza.

Armatevi dunque di occhiali da sole, gel, skate e preparatevi a sguazzare sul lungomare californiano alla ricerca di brucianti sensazioni perdute.

(20/02/2013)

  • Tracklist

1. Cheap Beer
2. Stoked & Broke
3. White on White
4. No Waves
5. Whore
6. Max Can't Surf
7. Black Out Stout
8. Wake Bake Skate
9. Gimme Something
10. Five to Nine
11. LDA
12. Paycheck
13. Wait for the Man
14. Cocaine

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