Fine Before You Came

Come fare a non tornare

2013 (La Tempesta Dischi) | post-rock

Ritrovarsi per cercare l'origine dei problemi anche quando si vive meglio in solitaria. Parlarne in un disco che seppur in breve mostra la forza della parola, dell'abbisogno di buttare fuori, qualcosa, anche solo accenni di post-rock e significati, importanti, tracciati di ciò che eravamo e che siamo diventati.
Così i Fine Before You Came entrano nella personale "guerra del maggio" dalla quale raccolgono cinque significative battaglie fatte di post decadentismo e riflessione, dell'abbandonato sguaiare e della benvenuta consapevolezza nel quadro in cui è dipinta la personale malinconia dell'eterno.

Sembrano lontani i tempi di "Sfortuna", com'anche di secolare distanza, concettuale e artistica,  è il secondo omonimo "Fine Before You Came", datato 2006; nell'Ep "Come fare a non tornare" l'emo-core non trova riscatto, battuto a braccia conserte da un post-rock qualitativamente importante, vicino alle idee dei territori europei, più che nord americani. L'essenza sta nell'ascoltare la voce di Lietti, quasi rassegnatamente impotente oppure consapevolmente cosciente di ciò che ha decostruito in questi anni, quindi il percorso che dalle grida di "Sfortuna" ai lamenti di "Ormai" arriva sino ai soliloqui vocali di "Come fare a non tornare", succhiando parole comunque pregne di bile nera.

In "Discutibile" ci si illude di avere ancora a che fare con i passati FBYC: l'esordio coincide con il sonoro canto a dito alzato, che inneggia a "Battiamo i lividi per mantenerli sempre viola / per ricordarci che sa fare ancora male"; ma poi l'abbraccio lacrimevole di chitarra lascia spazio ad un Lietti che ricorda molto il Pelù degli esordi, nei Litfiba di "Desaparecido" e "17 Re", in "Alcune Certezze" quando pronuncia "Che le tue doppie negazioni non affermano mai/ la soluzione ai miei problemi sembra sempre la causa dei tuoi". Gli schiaffi, regolarmente cadenzati dalla batteria e dalle chitarre, cercano di risvegliare l'assopito vagare della generazione dei trenta, ne "Il pranzo che verrà", in cui l'intermezzo di chitarra è un intenso arpeggio di pianoforte, caldo e commovente.

"Dura" è la rappresentazione dei FBYC oggi, e anche la sensibile vetta del lavoro. "Niente di tutto questo mi piace davvero/ ma so che la mia fortuna è averlo": ispirati da note ecclesiali e da circolari linee di chitarra che paiono più vicine ad un organo a canne che a una sei corde in legno, i FBYC maturano un crescendo intenso e confuso, come un soldato in una guerra nella quale è capitato, senza necessariamente volerlo.

(14/07/2013)



  • Tracklist
  1. Discutibile
  2. Alcune Certezze
  3. Il pranzo che verrà
  4. Una provocazione
  5. Dura
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