Forrest Fang

The Wolf At The Ruins/Migration (ristampa)

2013 (Projekt) | ethno-ambient

Da qualche anno a questa parte, oltre a curare con la solita perizia le nuove uscite dei suoi alfieri e del sempre rinnovato parco di nuovi talenti in scuderia, la Projekt si è dilettata nella nobile pratica di rimasterizzare e rimettere in cirlcolo gemme provenienti dal passato dei suoi musicisti. Recentemente è toccato ai Trance To The Sun – con la decisiva partecipazione della Below Sea Level – ai Love Spirals Downwards, a Dirk Serries/vidmaObmana, a Erik Wøllo e in più riprese a Steve Roach. L'ultimo soggetto dell'opera di restauro di Sam Rosenthal è un altro dei nomi di punta del versante ambientale del suo catalogo: il veterano nonché capostipite del filone etnico dell'ambient music Forrest Fang.

A finire sotto la lente di ingrandimento sono rispettivamente il terzo e il quarto lavoro del compositore sino-americano, “Migration” e “The Wolf At The Ruins”. Due album distanziati fra di loro di tre anni, in una routine temporale che si sarebbe ripetuta spesso nella carriera di Fang, dichiaratamente oppositore dell'ipertrofia discografica della gran parte dei suoi contemporanei. Seminale il primo, lungimirante il secondo, collocati su due dischi in ordine inverso rispetto a quello cronologico: tasselli fondamentali nei quali si consumano due step decisivi nella carriera del nostro, ovvero la maturazione tecnica e strumentale e il contatto con la tradizione folkloristica del suo paese d'origine.

“Migration”, terzo album in carriera pubblicato nel 1986, è uno scrigno di esperimenti che mirano verso varie strade, molte delle quali non avrebbero poi avuto un seguito in futuro. Si tratta del primo disco a essere eseguito con una strumentazione estesa, novità grazie alla quale le trame elettroniche si intensificano e guadagnano corpo: l'estasi per piano sintetico di “Through A Glass Landing” ne è emblematica dimostrazione e congiunge i punti con le stasi minimaliste e il gusto cosmico dei due lavori precedenti. Se le brevi miniature di “Invocation”, “Second Impression” e “Arpeggiana” e la cavalcata “Gradual Formation In The Sand” si mantengono decisamente agganciate a grovigli cosmici non dissimili da Klaus Schulze e dai primi Popol Vuh, il drone solitario di “Before Sunrise” si mette invece in contatto con l'universo ambient che si stava sviluppando nel medesimo periodo in california (da Michael Stearns a Steve Roach).

“Lowland Dream” compie invece il primo passo oltre, mirando nuovamente alle sinewaves fluttuanti di quel “Structure From Silence” uscito pochi mesi prima, ma abbinandole a tromba e tastiere cristalline in una sorta di ambient-fusion che troverà la sua via nella contaminazione world. I primi abbozzi di quest'ultima sono figli dell'esperienza con con Zhang Yan, un'autentica guru della cetra cinese, strumento che diverrà dagli album successivi onnipresente nelle tessiture strumentali di Fang: “Koshi” e “Peru” sono le prove generali di quello che diventerà elemento caratterizzante della musica di Fang negli anni a venire. A chiudere il cerchio, una serie di altre strade possibili messe alla prova e a dire il vero quasi tutte lasciate da parte, nonostante gli ottimi risultati: il duetto piano-tastiere in una “Evening Song” decisamente Buddiana, l'onirismo celestiale di “White Fences” e il carillon scintillante di “Comfort”.

Decisamente più unitario, sintetico ed elaborato è “The Wolf At The Ruins”, il primo capolavoro della carriera di Forrest Fang nonché punto di partenza e coniazione del suo suono classico e, con tutta probabilità, insuperato vertice creativo della sua carriera. Il tessuto sonoro si inspessisce, l'elemento world si apre al dialogo con quello ambientale, i tempi si dilatano, il clima si fa decisamente più cupo e maestoso: il risultato più eclatante è “An Amulet And A Travelogue”, un viaggio di ventitré minuti attraverso una miriade di mondi e climi, dall'imponente apertura per violino e droni alle sfumature fluttuanti del finale, passando per il primo grande unisono di cetra e tastiere, un sorprendente passaggio rituale e un'esondazione in cui le percussioni arrivano a sostituire in toto i loop. È il paradigma di quello che l'arte di Fang rappresenterà da lì agli anni a venire, seguito a ruota dai dieci minuti abbondanti dell'inaugurale “Passage And Ascent”, trionfo di sovrastrutture sintetiche in crescendo, pronte a deflagrare sotto i colpi dei concitati arpeggi della cetra.

L'elemento acustico non è però accantonato, e si ripresenta in solitaria nel duetto cetra-violino dello splendido prologo di “The Windmill”, nell'orientaleggiante “The Luminous Crowd” e nella danza di “Karina Waits At The Window”, guidata dalle percussioni: il tutto è però decisamente più elaborato e maturo sia emozionalmente che stilisticamente rispetto alle miniature di “Migrations”. Altrettanto interessante è “Amelia”, riuscito tentativo di disegnare un confine terreno alle distese spaziali dei pionieri californiani – rievocate invece nella loro componente più mansueta nel trittico di chiusura “Silent Fields”-“Meditation”-“A Quiet Place” - in una versione meno stratificata e più melodica, quasi alla ricerca di un corrispettivo ambientale della forma-canzone.

Da questi due punti focali, la carriera di Forrest Fang si sarebbe poi sviluppata seguendo principalmente le coordinate dettate dal suo primo capolavoro e dalla parafrasi perfettamente rappresentativa di “An Amulet And A Travelogue”. Un percorso che ha portato alla definitiva fusione tra le forme più nobili dell'ambient sintetica e della world music, in grado di dettare i tempi a molti contemporanei e di non correre mai il rischio di scadere nella pericolosissima trappola dei manierismi new age. Un percorso seminale iniziato da un disco altrettanto seminale, che torna finalmente a risplendere assieme al suo predecessore a più di due decenni dalle stampe originali, limitate a mille copie e mai estese fino ad oggi.

N.B.: Il voto è cumulativo dei due voti a "The Wolf At The Ruins" (8,5) e "Migration" (7). La media è portata per eccesso a 8 come valutazione all'operazione della ristampa.

(22/12/2013)

  • Tracklist
Cd 1: The Wolf At The Ruins

  1. The Windmill
  2. Passage And Ascent
  3. The Luminous Crowd
  4. Amelia
  5. An Amulet And A Travelogue
  6. Karina Waits At The Window
  7. Silent Fields
  8. Meditation
  9. A Quiet Place

Cd 2: Migration

  1. Invocation
  2. Through A Glass Landing
  3. Comfort
  4. Koshi
  5. Before Sunrise
  6. Second Immersion
  7. Peru
  8. Gradual Formation In Sand
  9. Lowland Dream
  10. Sleep
  11. White Fences
  12. Evening Song
  13. Arpeggiana
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