Green Like July

Build A Fire

2013 (Tempesta) | alt-folk-pop

Cambiare strada, cambiare vita: alzi la mano chi non ha mai sentito il bisogno di un cambiamento radicale. Andrea Poggio, voce e anima dei Green Like July, non fa eccezione: ed è proprio l’idea di cambiamento a percorrere in controluce le canzoni di “Build A Fire”. “Un disco a diverse velocità”, per usare le sue stesse parole, “all’interno del quale si alternano stati d’animo differenti e talvolta in aperto contrasto tra di loro”. Ma non si tratta altro che di sfaccettature di un'unica coscienza: “la serena accettazione della necessità di cambiare e di evolversi”.

Il cambiamento, in casa Green Like July, comincia dalla formazione: a fianco della voce di Andrea Poggio e della batteria di Paolo Merlini, ci sono ora il bassista Roberto Paravia e il polistrumentista Marco Verna, tutti di stanza ormai stabilmente a Milano. Anche l’etichetta non è più la stessa, con il passaggio tra le fila de La Tempesta di Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Nuovi volti che portano colori nuovi negli orizzonti del gruppo, come suggerisce la sgargiante copertina confezionata ancora una volta da Olimpia Zagnoli.
Costante fondamentale, il teatro delle registrazioni: gli studi ARC di Omaha, in Nebraska, dove era già nato il precedente “Four-Legged Fortune”, sempre con A.J. Mogis in cabina di regia. Stavolta, però, l’ingrediente decisivo è tutto italiano e porta un nome che non ha bisogno di presentazioni, quello di Enrico Gabrielli dei Calibro 35. “Ho conosciuto Enrico due anni fa”, racconta Poggio. “È un musicista raro e prezioso, dotato di grande intelligenza, saggezza e sensibilità. Tra di noi si è subito instaurata un’ottima complicità: sapevamo entrambi dove volevamo andare, pur non avendone quasi mai parlato in modo esplicito. Vedo Enrico come il Caronte di “Build A Fire”, colui che ci ha definitivamente traghettati verso il nuovo, chiudendo un processo di cambiamento iniziato anni prima, sin dai mesi successivi alle registrazioni del disco precedente”.

L’incalzare vivace di “Moving To The City”, sostenuto da un bordone di clarinetto e dai ricami del wurlitzer, sfoggia subito tinte più brillanti che mai, con lo slancio di chi è deciso a lasciarsi tutto alle spalle: “I’m gonna move to the city, I need a place where I can rest my heart”. Un attacco dal brio contagioso, che sboccia nel perfetto gioco di incastri melodici di “Borrowed Time”. Il riff squadrato va ad assestare i mattoni rock, il tocco dell’harmonium si insinua a smussare i contorni. E la strada del ritorno a casa diventa l’occasione per scoprire qualcosa di più su quello che si è diventati.
I versi suonano come una dichiarazione di intenti: “The same old song, but a brand new sound”. Potrebbe essere proprio questa la sintesi di “Build A Fire”, come testimonia in maniera emblematica “An Ordinary Friend”: quella che in “Four-Legged Fortune” si sarebbe risolta in una ballata secondo i canoni più classici dell’Americana si veste ora di un corredo di volute chamber-pop, con il gusto per l’eleganza delle armonie del miglior M. Ward. Le cesellature, però, non vanno a discapito della freschezza dei brani, che scivolano lievi sfuggendo alla tentazione del barocco. Merito anche della confidenza che la voce di Poggio mostra di avere ormai acquisito, in un morbido dipanarsi tra le pieghe del disco che conduce i Green Like July alla conquista di una dimensione più corale.

Se l’America resta sempre il punto di riferimento imprescindibile, le coordinate di “Build A Fire” spaziano verso territori dai confini più ampi. C’è la cartolina mediterranea di “Agatha Of Sicily”, con i suoi profumi estivi pronti a mescolarsi agli echi di danze, processioni e figure dei tarocchi. Ci sono le ombre delle strade di Glasgow evocate da “Tonight's The Night”, con la carezza di un flauto che sa di nostalgia Belle And Sebastian ad accompagnare la chitarra di Mike Mogis.
Poi, ci pensano gli archi morriconiani di “Good Luck Bridge” a riportare tutto a casa, in uno spaghetti western a due voci in compagnia di Jake Bellows dei Neva Dinova (fresco di un debutto solista che nasconde più di un punto di contattato con la traiettoria dei Green Like July). Così, quando il mellotron si libra sui controcanti di “A Well Welcomed Change” con lo sguardo sognante di un Tom Petty in preda alla luna piena, la promessa diventa certezza: per l’America di Andrea Poggio e dei suoi compagni d’avventura è giunto davvero il momento della consacrazione.

È un disco di ripartenze, “Build A Fire”, ma anche di addii inquieti. Nella recriminazione dai toni dylaniani di “Johnny Thunders”, ancora in duetto con Jake Bellows, il livore lascia il posto all’amarezza, brandendo sarcasticamente il paragone con l’icona del leggendario chitarrista newyorchese (“You ain’t no Johnny Thunders/ You’re just a big talking man”).
Cambiare significa anche questo: avere il coraggio di scrollarsi di dosso menzogne e facili sicurezze. Ci sono apparenze da bruciare e piedistalli da cui scendere, come suggerisce la parabola di “A Well Welcomed Change”. Il cambiamento si gioca all'inizio di ogni giorno, nella scintilla capace di accendere un nuovo fuoco: “A brand new game, a brand new start”. Perché vivere, in fondo, è sempre cominciare.

(17/09/2013)

  • Tracklist
  1. Moving To The City
  2. Borrowed Time
  3. An Ordinary Friend
  4. Agatha Of Sicily
  5. Tonight's The Night
  6. Good Luck Bridge
  7. A Well Welcomed Change
  8. Johnny Thunders
  9. Robert Marvin Calthorpe
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