Grumbling Fur

Glynnaestra

2013 (Trill Jockey) | electro-folk

Dal Miracle frainteso, spintonato e respinto con poco garbo, al Miracolo vero e proprio. "Glynnaestra", fantomatica divinità cui riporre speranze di rinascita, inaugura una nuova pagina del libro electro-folk a cura di Daniel O'Sullivan e Alexander Tucker, protagonisti apparentemente confusi di una colonna sonora forse schizofrenica, più probabilmente uomini curiosi e per questo in balia degli eventi. Lasciato per il momento a terra il terzo uomo, Steve Moore, son ritornati a essere in due a divincolarsi all’interno di una barca che potrebbe far acqua da un momento all’altro per lasciarli, nella migliore delle ipotesi, incagliati nella classica secca. Questa volta però il viaggio è stato progettato in maniera più intelligente, furba direbbero i più maliziosi, evitando percorsi controvento, con le mappe nautiche adeguatamente aggiornate. Ah l’esperienza, sempre tirata in ballo per fare la morale, ma non sempre utilizzata con cognizione di causa; O’Sullivan e Tucker, avendo le mani in pasta un po’ ovunque, ne hanno accumulato a iosa e i frutti si possono assaporare, lasciandosi andare all’ingordigia senza vergognarsi.

Partiti come Grumbling Fur da una sorta di post-rock ambientale, con rumori assortiti ma sempre quieti e controllati, era il 2011 e il debutto “Furrier” pareva una saggio di percussioni, piatti e sospiri ambientali, hanno poi innestato nel motore ancora imperfetto una marcia vagamente pop nell’Ep “Alice”, in cui cantati brianeniani regalavano aperture melodiche forse inaspettate. Oggi, “Glynnaestra” chiude il cerchio e dà un senso definitivo al progetto: un quadro ben incorniciato in cui si rincorrono, in maniera calibrata, colori ambientali, folk, electro e… pop. La propensione al canzonettismo synth che permea il controverso “Mercury” viene inglobata senza colpo ferire all’interno del consueto impasto dai contorni sperimentali.

Attività percussive e rumoristiche vengono tagliate da sequenze di note sintetizzate dall’eco imponente e avvolgente, tali da riportare alla mente le fotografie sonore di Vangelis in stile “Blade Runner” (“Galacticon”). I fremiti quasi mediorientali della title track conducono alla coralità depechemodiana di “Dancing Light”, un affannato passo di danza neoromantico e decadente, con gli incastri vocali immediatamente e felicemente appiccicosi e i sintetici paesaggi sonori che profumano di fiati che non sarebbero dispiaciuti a Mick Karn. La medesima vertigine synth pop, permeata da una coralità vocale quasi gotica, prende forma nell’inconclusa ma certo non inconcludente “The Ballad Of Roy Batty”, mentre memorie dei This Heat provvedono a calibrare i frequenti interludi strumentali (il festival di percussioni minimali di “Aalapana Blaze” o la teiera pronta all’esplosione di “The Hound”).

Tutto sembra frammentario, tutto ha un senso quando si palesa la struggente melodia per chitarra acustica, archi e synth di “Clear Path”, in cui gli incroci delle ugole raggiungono una sintesi angelica. Il finale, affidato al duetto strumentale di “Harpiest” e “His Moody Face”, entrambe impostate sul pedale di un’unica nota, sul quale gravitano rumori e sporcature varie, risuona come un richiamo della foresta, un ritorno alla natura più primigenia, un imprimatur al riposo del guerriero, una spinta al relax più puro. Che la pace sia con voi.

(24/12/2013)



  • Tracklist
  1. Ascatudaea
  2. Protogenesis
  3. Eyoreseye
  4. The Ballad Of Roy Batty
  5. Alapana Blaze
  6. Cream Pool
  7. Galacticon
  8. Glynnaestra
  9. Dancing Light
  10. Clear Path
  11. The Hound
  12. Harpies
  13. His Moody Face

 

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