Haxan Cloak

Excavation

2013 (Tri Angle) | elettronica, dark-ambient

Le strade deserte di una notte di fine aprile, quando le temperature consentono di rincasare a passo tranquillo, con la mente perduta a meditare e congetturare per le proprie, di vie, offrono probabilmente il miglior background in cui inserire concettualmente l’opera seconda di Haxan Cloak, il progetto di Bobby Krlic, tra i più chiacchierati dell’ultimo biennio, almeno nel micro-universo electro-dark. Percorsi di periferia che hanno come unico soundscape, il silenzio, passi e clangori sparuti, ad inquietare velatamente lo spirito del viandante di turno.
Più asciutto e snello rispetto al già ottimo esordio, “Excavation” ha le sue poche linee-guida nell'essenzialità, nei vuoti, nelle angosce occulte e palesi, per tutto il resto, dimenticate ogni cognizione di limpidezza e linearità. Ma anche ogni rassicurante etichettatura stilistica: per quanto i riferimenti nel genere, infatti, abbondino facili facili (Raime, Demdike Stare), Haxan Cloak declina quell’estetica in maniera del tutto personale, aprendosi a incursioni diverse e, soprattutto, imprevedibili.

In luogo del polveroso abbandono post-industrial cui i summenzionati ci hanno piacevolmente abituato, il thriller di “Excavation” si consuma tra le paranoie psichiche, più inaccessibili e possibilmente ancora più ansiogene. La musica di Haxan Cloak, in questo senso, non è mai nichilismo, quanto piuttosto brancolare a tentoni nel nero-pece dei viluppi mentali, al netto di segnaletica e uscite di sicurezza.
Non è poi tanto inappropriato pensare ai Massive Attack di “Mezzanine”, quando parte la prima suite, la titletrack, un pulsare sinuoso e isolato, assorbito solo da droni sgranati e voci-fantasma e che finisce deturpato mostruosamente nella seconda parte.

Ancora voci e beat che arrivano quasi solo in risonanze e spasmi epilettici (“Miste”) e ci ritroviamo in una disposizione tutta diversa, ancora più spartana: l’eleganza semi-cameristica, krengiana, di “The Mirror Reflecting”, un nulla talmente pesante da essere destinato solo alla deflagrazione, come di fatto avviene nella splendida chiosa abbagliante e metallica, quasi melodica.
Un’altra oscura pulsazione, questa volta cutanea, serpeggia in “Dieu”, posando perversamente su una scenografia neoclassica, fino alla terza e ultima suite, l'ubriacante “The Drop”, una visione aperta, l’illusione di una luce in fondo al tunnell psicologico, ottenebrata da droni e colpi fino a dileguarsi nuovamente nella cacofonia più austera ma non meno seducente.

Termina così, quindi, “Excavation”, bigio, svoltando semplicemente a sinistra, senza neppure concedere il sollievo di un colpo di scena o di un appiglio qualsiasi. I nodi mentali sono irrisolti. Anzi, moltiplicati: cos’è che vediamo ora in copertina, una fune, una goccia o del liquido biologico al microscopio? Le soluzioni potrebbero celarsi forse in un’altra, ennesima, riproduzione.
Ancora marciando incerti sulla vostra strada, siete liberi a questo punto anche di cedere alla tentazione di voltarvi. Potreste pure scoprire che quel cigolio foriero di nefasti presagi erano gli artigli di un gatto intento a curiosare nella pattumiera.

(17/04/2013)

  • Tracklist
  1. Consumed
  2. Excavation I
  3. Excavation II
  4. Mara
  5. Miste
  6. The Mirror Reflecting I
  7. The Mirror Reflecting II
  8. Dieu
  9. The Drop
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