Henry Vega

Stream Machines

2013 (ARTEksounds) | post-minimalism, electroacoustic chamber music

Di Henry Vega si era parlato parecchio qualcosa come dieci anni fa, quando celebrando pubblicamente il matrimonio con la più blasonata collega polacca Kasia Glowicka, era riuscito ad attirare un briciolo d'attenzione sulla sua (al tempo ancora breve) carriera da compositore. Appartenente a quella categoria sempre in bilico fra il puro ambito accademico e la contaminazione elettronica, il newyorkese - messicano d'origine e olandese d'emigrazione – avrebbe poi fondato assieme alla compare la Artek Foundation, con cui si sarebbe lanciato nel mondo del dialogo fra le forme d'arti più disparate.

Un'attività costante quanto legata fino a poco tempo fa al solo ambito performativo: numerose sono infatti le composizioni che di Vega portano la firma, quasi sempre scritte su commissione ed eseguite dal vivo, ma solo due erano state fino ad oggi le testimonianze discografiche della sua opera. “Stream Machines” cerca oggi di farvi luce in maniera definitiva, raccogliendo cinque composizioni selezionate dallo stesso come le più rappresentative e importanti della sua carriera. Una fotografia volta anche a inquadrare la varietà del suo spettro stilistico, che attinge in maniera massiccia dal minimalismo di illustri concittadini del passato come Morton Feldman e, soprattutto, Earle Brown e la sua open form, condotta al dialogo con l'avanguardia contemporanea per tramite dell'elettronica.

Per Vega, il tutto assume la forma della cosiddetta aleatoric music, ovvero una forma di composizione a “blocchi sonori” che il singolo esecutore sia libero di eseguire ripetutamente per quante volte vuole, decidendo autonomamente quando invece passare al successivo. Questa la chiave di lettura delle pièces raccolte nel disco e risalenti a periodi diversi: “Slow Slower” da il la' fra le dilatazioni della viola da gamba e la pioggia del clavicembalo, affidata al trio della Roentgen Connection, brulicante e lucente nel primo movimento e vittima di dissonanze taglienti nel secondo. Gli archi sono protagonisti unici, assieme alle basi elettroniche dello stesso Vega, di “Scanner Quartet”: al Ragazze String Quartet resta il compito di giocare su rintocchi e riverberi, anche qui vivaci e snelli all'inizio per poi farsi sempre più rarefatti e dronici.

Di nuovo un violino, questa volta elettronico e affidato a Barbara Lüneburg, omaggia la computer music di Iannis Xenakis nel pezzo che da il titolo all'album, mentre a completare la scacchiera sono due composizioni per percussioni, entrambe a cura della Electronic Hammer: in “Izumi” mutazioni metalliche e rumorismi industriali avvicinano allo Z'EV più stridente, mentre “Automata Angels” guarda senza nascondersi ai pattern organizzati di Steve Reich. E a conti fatti, rispetto all'oscillazione di cui si diceva, è probabilmente la dimensione accademica a prevalere, almeno su disco, nelle modellate sculture sonore del compositore americano. Un pregio per certi versi, un limite, forse, per altri: ma ad un ambiente in cui negli ultimi anni si è assistito a un'esplosione di nomi arrembanti, molti dei quali decisamente precoci e privi di particolare spessore creativo, musica come quella di Vega non può che continuare a far bene.

(27/12/2013)

  • Tracklist
  1. Slow Slower I - The Roentgen Connection
  2. Slow Slower II - The Roentgen Connection
  3. Izumi - The Electronic Hammer
  4. Scanner Quartet I - Ragazze String Quartet
  5. Scanner Quartet II - Ragazze String Quartet
  6. Scanner Quartet III - Ragazze String Quartet
  7. Automata Angels - The Electronic Hammer
  8. Stream Machines And The Black Arts - Barbara
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