Jackson Scott

Melbourne

2013 (Fat Possum) | dark-psych, psychwriting

Scrivere di individualismo nell'attuale tessuto sociale composto da singoli più che da masse, aggregati o che nobilmente si voglia appellarli gruppi, pare quantomeno parossistico. Riflettere sull'individualismo in musica, nell'attuale costruzione mediatica della stessa, pare invece quantomeno legittimo e personalmente sensato.

La fioritura di petali individualistici nei campi verdi della musica contemporanea testimonia come ci sia sempre stata la tendenza a traslare e trasporre ciò che siamo socialmente in ciò che rappresentiamo artisticamente, dalla pittura alla scultura, dall'architettura alla musica. Negli anni d'oro dell'aggregazione giovanile, degli ideali venerati da taluni (la generazione dei padri) e vituperati da altri (la mia generazione) crescevano le band, i complessi per l'appunto, il tutto più della somma delle parti.
Ora e da qualche tempo siamo testimoni dei Jacco Gardner, Unknown Mortal Orchestra, I Cani, Mac DeMarco, ovvero caratteri interessanti che giocano da soli in un contesto di squadra e che mascherandosi talvolta dietro pseudonimi scrivono personalmente le partiture, poi suonate collettivamente.

Jackson Scott s'incastra nella categoria, spalmandoci sulle coclee uno psych-pop denso di oscurità e malattia, fondendolo sapientemente nell'ormai nuovo studio di registrazione del figlio unico occidentale: la cameretta. Guai però a chiamarlo hipster, indie o figlio di Juno, perché Scott viene dal North Carolina e pare che da quelle parti il significato di "occhiali grandi con pantaloni corti e camicie di cattivo gusto" non sia nemmeno contemplato nel vocabolario del visibile.
Fatto sta che il nostro protagonista, trafilando musica attraverso uno dei canali attualmente più in voga (Soundcloud), componga la sua prima fatica scritturato dalla Fat Possum, la marsupiale dalla pancia gonfia di intuizioni.

"Melbourne" è songwriting psicoattivo, un risucchio di sangue nella fiala e uno spruzzo dilatato della roba nelle vene pulite di un ragazzo di vent'anni, che canta di disagio in momenti di serenità e suona disturbato nella tranquillità delle mura domestiche. "Only Eternal" è un giro di indice sul bordo di un bicchiere zuppo di acido lisergico che, quando succhiato, produce gli effetti cartonati di Suuns e Jesus & Mary Chain in "Evie" e nel breve trip da spiriti maligni di "Never Ever". Una serenità di passaggio, un sorriso inebetito da sostanza (Kevin Ayers) lo ascoltiamo in "Sandy" che insieme a "Together Forever" - notevole passaggio di chitarre alla My Bloody Valentine e lirismo alla Ty Segall - rappresentano i distacchi corporali più intensi del viaggio.
I giochini infantili e le turbe adolescenziali si condensano in maniera venefica ("Any Way") per condurci alle ballad psych di chiusura: "In The Sun" sulla linea dei primi MGMT e "Doctor Mad" ancora Jesus and Mary Chain, prima dell'epilogo psicodrammatico dell'arpeggio di "Sweet Nothing".

Il giovane di Asheville ha spacciato stagnola interessante nel suo primo lavoro, oscurando il campo allo psych-pop da caramelle a favore di una dark-psych che qualcuno, azzardatamente, ha paragonato alle intuizioni di Syd Barrett. Difficile sia proprio così: lui era malato vero, noi siamo malati immaginari.

(31/07/2013)



  • Tracklist
  1. Only Eternal
  2. Evie
  3. Never Ever
  4. Sandy
  5. That Awful Sound
  6. Tomorrow
  7. Wish Upon
  8. Any Way
  9. Together Forever
  10. In The Sun
  11. Doctor Mad
  12. Sweet Nothing
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