James Holden

The Inheritors

2013 (Border Community) | elettronica, psych-trance

James Holden non è più un ragazzino che divide il suo tempo tra gli studi di matematica e il djing più ricercato. Lo stesso “The Idiots Are Winning”, datato 2006, pare oramai un ricordo lontano. Tra un set e l'altro, Holden ha incredibilmente perfezionato la propria abilità ai controlli. Ma soprattutto, James è diventato un uomo. L’uomo del dj-set. Il maestro del patchwork ad effetto. Una pallina pazza rimbalzata nelle migliori piazze d’Europa capace di stendere tori e vacche con manipolazioni da urlo ed eiaculazioni al laptop. Tuttavia, al talento di Exeter è mancato per troppo tempo quel disco più volte pensato e mai steso per davvero.

“Inheritors” raccoglie dunque le migliori intuizioni sonore annusate dal buon James nell’arco di questi sette anni vissuti praticamente nei migliori avamposti elettronici del pianeta. Per attribuire poi una qualche veste a questo suo secondo lavoro sulla lunghissima distanza, il musicista è dovuto scendere a patti con la propria cocciuta (e benedetta) impulsività artistica, registrando quasi in presa diretta le singole tracce, parimenti senza rinunciare ai panni dell’artigiano di un’elettronica mistificata sempre a proprio piacimento, che si evolve e si dimena puntualmente tra presente e passato. 

La preziosa eredità lasciataci dai pionieri elettronici tedeschi assume quindi una centralità a tratti imperante. Holden riattiva così motorik (“Rannoch Dawn”) e raccoglie frattaglie spaziali sparse nella propria sterminata gallassia sonora (“Sky Burial”). Si stringe forte alla propria navicella e atterra nella sua pista pompando con arguzia, esplodendo ritmicamente nel finale alla stregua del più tonico Hebden (“Renata”). Allo stesso tempo, gioca a fare il visionario terzomondista in “A Circle Inside A Circle” o l’androide nella parte centrale dell'album, vedi l’impalpabile “The Illuminations”, così come le astrazioni cosmiche di “Inter-City 125” e la sbilenca irregolarità di “Seven Stars”. 

Ma James Holden è innanzitutto un sarto del beat e la sola title track mette in luce tutta la maestria nel saper coadiuvare trance alienata e cazzuto electro-scratch. La successiva “Some Respite” prova a riammorbidire i toni, quasi a cercare un punto di contatto tra la manipolazione più spontanea e la necessità di masturbarsi bypassando le consuetudini, tra diramazioni psych e cervellotiche digressioni. In coda, torna a farsi viva una certa coscienza ( “Blackpool Late Eighties”) esternata mediante un morbido palleggiare con cassa dritta a rilento, mista a una sintetica ascesa in piena scia Meta.83 e Motiivi:Tuntematon.  

“Inheritors” è un lavoro dannatamente impulsivo, ritmicamente inafferrabile, volutamente "grezzo" e sporco. Il manifesto di un produttore proiettato ben al di là degli spazi abitudinali, totalmente immerso in questo suo universo parallelo denso di progressioni trance, sequenze sintetiche, pattume spacey e sfuggenti piroette elettroniche.

(01/07/2013)

  • Tracklist
  1. Rannoch Dawn
  2. A Circle Inside A Circle    
  3. Renata
  4. The Caterpillar's Intervention
  5. Sky Burial 
  6. The Illuminations   
  7. Inter-City 125 
  8. Delabole  
  9. Seven Stars  
  10. Gone Feral
  11. The Inheritors
  12. Circle Of Fifths  
  13. Some Respite
  14. Blackpool Late Eighties
  15. Self-Playing Schmaltz
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