Jar Moff

Commercial Mouth

2013 (PAN) | sound-collage

Che nel fiorire del pop ipnagogico, nell'epoca di James Ferraro e Oneohtrix Point Never, il cut and paste sonoro tornasse nuovamente ad avere un suo discreto peso nei circuiti musicali di ricerca, andando ben oltre il suo storico utilizzo in chiave hip-hop, era qualcosa di davvero pronosticabile, volendo anche con un pizzico di senno di poi. Ma anche adesso che la scena hypna praticamente non esiste più, dal momento che tutti i suoi esponenti (più o meno) significativi hanno deciso di dedicarsi ad altro, c'è chi ne ha raccolto gli assunti e (quelle poche) intuizioni, e su questi ha impresso con sprezzo del pericolo i propri lineamenti, rendendoli parte integrante del proprio essere. Tra di essi, il nome di spicco è sicuramente quello di uno sconosciuto sound-collagist, che risponde al moniker di Jar Moff.
Chi sia per adesso non è dato saperlo, se prima o poi getterà la maschera come ha fatto Burial idem: ora come ora, si sa che il Nostro è un uomo, è di stanza ad Atene e che in passato, oltre a pubblicare un EP in formato digitale per la Leaving, ha curato un rifacimento incluso nel remix album del compositore elettronico tedesco Harald Grosskopf. Il resto, è completamente avvolto dal mistero; considerata però la fortuna recente che l'anonimato ha fruttato a personaggi del calibro di Arandel, tutto sommato il Nostro non ci provoca poi un così grande dispiacere, e un lavoro come “Commercial Mouth” ha il valore di mille biglietti da visita.

A prescindere infatti da chi si nasconde dietro al progetto, questo primo lavoro sulla lunga distanza (anche se la durata, appena venticinque minuti, distribuiti grossomodo omogeneamente tra le due tracce, non sembrerebbe rispecchiare un'affermazione simile) del misterioso compositore è provvisto di quella grana sonora tale da non lasciare disinteressato l'ascoltatore, in qualsiasi dei due sensi si voglia interpretare il termine “disinteressato”. Comunque lo si prenda, il lavoro, edito in vinile dalla PAN (label berlinese fondata da Bill Kouligas che ha assoldato alla sua causa un corposo cenacolo di artisti dediti a musiche “altre”), è destinato a dividere: c'è chi non tarderà a cestinarlo come pattume e poco più, chi invece griderà al capolavoro. Impossibile biasimare sia gli uni che gli altri, ché l'opera indubbiamente, se punta a una cosa, è alla molteplicità degli sguardi, alla pluralità delle percezioni che sa originare.
Dopo mesi di frequentazioni con le due lunghissime tracce dell'Lp, senza necessariamente dare ragione a una o all'altra delle due possibili categorie di pubblico, ciò che invece traspare con una certa prepotenza, è quanto il contenuto di entrambi i lati del vinile, piuttosto che assecondare paturnie da sognatori fuori tempo massimo o ricordi dei ricordi, inquadri una visione del mondo tutt'altro che nostalgica e sbiadita, quanto invece figlia dei rapidissimi, convulsi cambiamenti che si susseguono a rapidità inaudita. Frenesia e frammentarietà diventano quindi i postulati irrinunciabili di questa bocca pubblicitaria, gli assunti che dominano anche la più minuscola stilla di suono, il quale ringrazia e restituisce il favore, presentandosi se possibile con tratti ancor più rovinosi e furibondi del previsto.

A leggere quest'ultimo paragrafo, balza subito in testa un nome, ed è di quelli realmente importanti: Infidel?/Castro!. Adesso, senza voler muovere paragoni invalidanti tra gli uni e l'altro, ché quanto a inventiva e deflagrazione espressiva, i primi hanno davvero battaglia facile, a unire i due progetti è una profonda personalità nello sfruttare l'arte del collage, nel decomporre, selezionare e ricomporre in partiture dall'amplissimo respiro le più eterogenee fonti sonore, musicali, rumoriste o concrete che siano, e inserirle in un quadro che possieda una visione d'insieme superiore alle sue parti. Sotto quest'ottica specifica, non è quindi difficile trovare punti di contatto; molto meno agevole diventa individuarne invece dal punto di vista strettamente compositivo, dacché la proposta di Moff, nonostante la durata più amichevole, non smette di attaccare la giugulare nemmeno per un istante. Questo si fa evidente sin dai primi secondi del lato A, “Tziaitzomanasou”: non ci saranno forse le punte di incontrollata devastazione presenti in un “Bioentropic Damage Fractal”, se per questo non viene però concesso nemmeno un attimo di tregua, tra i mille rivoli di suono che incrociano il proprio percorso in continuazione.
Di fatto, il bersagliamento ai padiglioni auricolari è di quelli che non si scordano, con centinaia, quando non migliaia, di fulminanti spunti auditivi a fare la loro comparsa e a scomparire pochi secondi dopo, mai però dando l'impressione di essere piazzati lì, per semplice giustapposizione. Il senso della progressione, del raccordo tra le plurime componenti, risponde infatti sempre all'appello, dando un ordine preciso, quando non proprio rigoroso, all'apparente caos che si respira per ogni dove. Sferragliamenti industriali, lapidari bordoni ambient-noise, sassofoni svalvolati in rotta di collisione coi più disparati campioni di musica concreta, essenze di library music dai recessi della memoria: signori, ecco a voi la follia del quotidiano spiattellata nero su bianco in tutto il suo sinistro splendore, la foga di una vita alla quale sembra non essere più concesso fermarsi, prendersi un attimo di respiro.

Si viene sballottati di qua e di là, alla deriva; appena un pattern comincia a farsi troppo riconoscibile (sia in senso vagamente ritmico sia come supporto al pandemonio generale), troppo insistito perché tracci una struttura quantomeno più definita, ecco che interviene la mano di Moff a gettare scompiglio e a versare ulteriori ingredienti, in un pentolone che già di suo è sul punto di traboccare. Tant'è che alla fine trabocca per davvero: “Commercial Mouth”, la title track che occupa l'intero lato B, acuisce ulteriormente la sensazione di straniamento sensoriale già propria dell'altro smisurato patchwork, facendosi se possibile carica di risvolti ancor più drastici.
Nuovamente frutto di una combinazione articolatissima, disperata, delle più difformi e divergenti sorgenti auditive, è però in questa sarabanda di tredici minuti scarsi che il processo di taglia e cuci giunge a una proprietà di linguaggio ancor più impressionante, riflettendosi pienamente nel titolo che la accompagna.
Tra rumorismi in rotta libera, scorie digitali ed entropia assortita, ad affiorare qui è una maggiore attenzione nei confronti del lato più sintetico della campionatura, la quale risponde al richiamo con un entusiasmo sfrontato. E in un tale tripudio di sfrontatezza, la piega prescelta in certe occasioni si lega a doppio filo con smembramenti glitch, in altre marcia spedita incontro alle plumbee atmosfere della musica industriale, in altre ancora indossa i paramenti propri di un'etichetta come la Ghost Box, lanciando nella babele del cosmo stacchetti pubblicitari tra i più deliranti in cui ci si possa imbattere.

Difficile, disturbante, estremamente concettuale, “Commercial Mouth” è la migliore rappresentazione di un'umanità divorata da una velocità che finisce per corrompere ogni cosa al suo passaggio, di una società incapace di rispondere a stimoli che richiedano un'attenzione maggiore rispetto a quella che tempi distratti come questi possono (oppure vogliono) concedere. Paradossale, che un simile “elogio della lentezza” provenga da partiture fortunose e degradate come quelle dell'elusivo artista greco.

(22/03/2013)

  • Tracklist
  1. Tziaitzomanasou
  2. Commercial Mouth
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