Julia Holter

Loud City Song

2013 (Domino) | esoteric-pop, avant-garde

Tra le intriganti bedroom song del caleidoscopico esordio “Tragedy” e le trascendentali elaborazioni sonore di “Ekstasis” si era manifestato senza incertezze il luminoso talento della musicista americana, ma quello che non era ancora palese era la sua ambizione.
Julia Holter, al terzo capitolo discografico intitolato “Loud City Song”, abbandona la struttura esoterica per intraprendere il primo viaggio fuori dal mondo dell’avant-garde lo-fi, senza timori attraversa con sicurezza il fragile mondo del pop.

Lei la temeraria che abbandonò gli studi di composizione all’università del Michigan per le strutture troppo ortodosse di insegnamento; lei, l’appassionata lettrice di tragedia greca, illuminata da Stephen J. Rush sul minimalismo di John Cage e le infinite possibilità armoniche della musica contemporanea; lei, novella Gigì, protagonista di un viaggio nella sua Los Angeles sotto lo sguardo di novelli voyeur. Lei, pronta a entrare senza paura nella caotica società del gossip artistico, appena frastornata dagli sguardi indagatori degli avventori, lei che procede senza farsi intimidire dai fiati strepitanti e dalle pause inquietanti che trovano identità sonora in  “Maxim’s II”.

Julia Holter ha intrapreso una rivoluzione sonora che offre molti rischi, l’illusione sonora che aveva edificato per il suo precedente album “Ekstasis” era impalpabile quasi incontaminata, non a caso le sue composizioni hanno avuto bisogno del sostegno del tempo per entrare nelle playlist dei fagocitatori del web.
In “Loud City Song” la bellezza ha sposato l’immaginazione, il mistero è diventato accessibile, la varietà si è impossessata dei malinconici landscape per diventare piccole sinfonie.
Pur frammentando maggiormente le linee armoniche, spontaneità e candore non si eclissano, i personaggi del musical post-moderno di Julia Holter si muovono senza sforzo apparente nel fantastico mondo di questo affascinante racconto.
Definendo “Ekstasis” esoteric-pop è possibile che avessi già percepito la robusta scrittura lirica che restava impalpabile a un ascolto fugace, e ora che fiati vigorosi, percussioni ricche di upbeat, orchestrazioni sfavillanti hanno tratteggiato l’intimità dei paesaggi sonori rendendoli più urbani e meno pastorali, è evidente per tutti il ruolo centrale di Julia Holter nella musica moderna.

Le prime note di “World” sembrano catturare in un attimo tutto il fascino pittorico di Robert Wyatt, ogni parola è un sospiro mentre l’orchestra e i fiati giocano con sparute e sapienti note di un’incompiuta sinfonia, è la parafrasi del sogno che ritorna in “This Is A True Heart”, altra pagina delicata che restituisce dolcezza al progetto dopo il tortuoso viaggio di Julia/Gigì.
La voce della Holter non è mai stata così evidente e limpida, una forza che le permette di dominare il romanticismo esuberante di “Maxim’s I” prima che il caos delle trombe e dei passi introduca terrore e estasi con la spettrale e mesmerica “Horns Surrounding Me” che mette insieme Kate Bush e Siouxsie Sioux.
La sceneggiatura più organica e letteraria di “Loud City Song” offre spazio a incursioni jazz più vigorose e definite, il folk-jazz di “In The Green Wild”, in bilico tra cabaret e post-moderno, è una di quelle delizie che può esser vestita in mille modi senza perdere smalto, ma c'è anche l’etereo soul di “Hello Stranger” grande successo di Barbara Lewis del 1963, che Julia trasforma in una complessa sinfonia suadente e poetica.

Ricco di metafore e simboli l’album-racconto della Holter è per molti versi simile alla splendida riduzione teatrale-musicale di "Moby Dick" realizzata da Laurie Anderson, con la quale Julia condivide molte attitudini e ambizioni artistiche, (il disco è ispirato al romanzo breve del 1942 della scrittrice Colette portato prima in teatro da un esordiente Audrey Hepburn nel 1951 e poi sul grande schermo da Vincent Minelli nel 1958).
E’ una musica che diventa un linguaggio totale, con una struttura che viola i segreti armonici di John Cage per poi lasciarli liberi nell’intenso finale di “City Appearing”, che ripristina il tono metafisico con una coralità strumentale che in “Ekstasis” era solo accennata, un angolo surreale dove Gigì rivive l’angoscia del successo e trova conforto nel valore morale della bellezza e della purezza dei sentimenti.
Raffinato, vibrante, selvaggio e suggestivo in modo inedito e moderno, “Loud City Song”  è un trionfo artistico che non può lasciare indifferenti.

(30/08/2013)



  • Tracklist
  1. World
  2. Maxim’s I
  3. Horns Surrounding Me
  4. In The Green Wild
  5. Hello Stranger
  6. Maxim’s  II
  7. He’s Running Through My Eyes
  8. This Is A True Heart
  9. City Appearing


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