Kanye West

Yeezus

2013 (Def Jam) | alt-hip hop, cyber-rap

Che Kanye West sia sempre apparso oltremodo maniacale nelle proprie scelte produttive, non è di certo una novità. L’idea di lanciare “New Slaves” - primo singolo estratto da questo suo sesto disco sulla lunga distanza - proiettandosi sui palazzi di sessantasei città sparse nel Mondo, è solo l’ultimo esempio di una miriade di intuizioni e provocazioni a cui Yeezy ha da tempo abituato la propria sterminata platea, ma non solo. West vuole differenziarsi ad ogni costo. E’ in cima all’hip-hop formato mainstream, ma è al contempo la prova più lampante di come si possa scappare a gambe levate dalla banalità dei campionamenti odierni, dal fossilizzarsi cocciuto su ritmi digeriti da un pezzo da tappeto a flow oramai asettici e privi di mordente. Kanye vuole essere la divinità a cui gli altri rapper possano un giorno ispirarsi in una qualche maniera. La sua è un’ambizione che non conosce tregua, il cui obiettivo rimane stupire e affondare a qualunque prezzo.

Dunque, via tutto. Via la patina grassa e via le laccature da spaccone. Via anche la copertina. “Yeezus” appare così “grezzo” ed elettricamente eccitato. Lo si capisce fin da subito. L’introduttiva ”On Sight” è cyber-rap sparato a palla, stoppato qua e là da un coro di fanciulle, scarno e penetrante. West è incazzato e gioca a fare il capo tribù che si scaglia contro tutto e tutti (“Black Skinhead”), o a nascondersi nel buio sganciando bordate di synth e urla improvvise, quasi a osannare a getto continuo il proprio immane delirio (“I Am A God”).
Da un lato c’è la voglia sfrenata di soddisfare un egocentrismo sonoro fuori dalla norma. Dall’altro lato è palese la volontà di defilarsi dal porcume del “fu” ghetto mediante trovate per certi versi stranianti e talvolta decisamente efficaci. In tal senso, il pathos creato (e palleggiato) nella melanconica “Hold My Liquor”, con tanto di chitarrone eighties in controluce, la dice lunga sulle consolidate capacità di West nel saper tirar fuori soluzioni emotivamente sensazionali e ritmicamente imprevedibili.

La produzione dei Daft Punk sulle prime tre tracce, poi, si fa sentire solo a tratti. Così come appare un attimo smodata la presenza di cinquanta tra collaboratori e produttori chiamati dal talento di Atlanta per saziare a modo la propria sete di grandezza. Allo stesso tempo, i testi sguazzano tra denunce di razzismo, amori da tenere al caldo e le consuete farneticazioni autoreferenziali che mai come stavolta toccano vertici ai limiti della sostenibilità umana, vedi la stessa “I Am A God”, in cui non rinuncia a esternare provocazioni di tale portata: “I just talked to Jesus, he said, ‘what up Yeezus?’”. Spunta anche Frank Ocean nella celebrata “New Slaves”, intento a piazzare il sample di una band progressive ungherese dei Settanta, gli Omega.

Si passa con nonchalance dal pericolo di poter annegare nell’alcool (la già citata “Hold My Liquor”) a una più che allarmistica cavalcata oscura con tanto di sirena sullo sfondo e la resurrezione musicale del Cristo come metafora del proprio dominio sulla scena rap contemporanea (“Send It Up”). La nostalgica “Bound 2” chiude, infine, il disco differenziandosi nettamente dalle atmosfere cupe e tenebrose dell'album, mescolando sample di stampo Motown con l’intento di celebrare l'amore di Yeezy per i suoi padri putativi, ma soprattutto per la sua amata Kim.

Per riuscire a tirar fuori qualcosa di realmente sorprendente da sempre è necessario saper rischiare ed essere abili nel dosare quel pizzico di follia che artisticamente non guasta mai. Purtroppo, o per fortuna, Kanye West non conosce alcuna unità di misura. Lui è fatto così. E’ inverosimilmente gradasso, ma è anche dannatamente bravo. Prendere o lasciare.

(21/06/2013)

  • Tracklist

 

  1. On Sight 
  2. Black Skinhead 
  3. I Am A God (Feat. God) 
  4. New Slaves 
  5. Hold My Liquor
  6. I'm In It
  7. Blood On The Leaves 
  8. Guilt Trip 
  9. Send It Up 
  10. Bound 2
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