Kelley Stoltz

Double Exposure

2013 (Third Man) | alt-pop, psych-folk

Non deve essere facile vivere nei panni dell’eterna promessa che non sarà mai mantenuta.
Ne sa qualcosa Kelley Stoltz, autore di belle speranze e proverbiale incompiuto che in questo 2013 ha pubblicato quello che dovrebbe essere il suo settimo lavoro sulla lunga distanza (cui vanno poi aggiunti un paio di Ep e uno split con i Dirtbombs), traguardo di tutto rispetto per chi smistava la corrispondenza dei fan alla corte di Jeff Buckley. Ne sanno qualcosa, tuttavia, anche quelli della Sub Pop, che in lui hanno creduto e non poco: un sodalizio nato quando Stoltz, dopo una lunga gavetta semi-carbonara sulla East Coast – in valigia i santini di Lennon, Roger McGuinn, Ray Davies, Brian WilsonIan McCulloch – ha iniziato a farsi un nome nel circuito della Bay Area di San Francisco, spuntando un contratto insperato con la label di Seattle, pubblicando per primo un album registrato interamente grazie a energie rinnovabili (“Below The Branches”), producendo tanti emergenti della zona (tra loro anche i Thee Oh Sees e i Fresh & Onlys) e diventando nel sottobosco indie americano un punto di riferimento (al pari di Richard Swift,  Jim Noir e altri) per il retro-pop riverberato e screziato di psichedelia. Giubilato infine dall’etichetta causa scarsi riscontri commerciali, il Nostro non si è perso d’animo. Si è chiuso nell’Electric Duck, studio ricavato nel garage di casa sua (dove hanno visto la luce le più recenti fatiche di Sonny & The Sunsets e Tim Cohen) e ha registrato questo “Double Exposure” assieme all’australiano Mikey Young, chitarrista degli Ooga Boogas.

La scrittura di Stoltz si conferma lineare, con le sue felici soluzioni easy mai troppo spregiudicate, una sottile vena revivalista che insaporisce e quei pochi barbagli elettrici, generalmente piazzati in coda, a garantire la giusta dose di rumore disciplinato (come in una title track che ricorda da vicino alcuni episodi degli ultimi Sonic Youth). Accanto al controllo mirabile, colpisce la capacità che dimostra il parsimonioso Kelley nel risultare evocativo con pochissimo – appena un’eco lisergica, un flauto magari – evitando opportunamente di tracimare. In quest’ottica anche l’incontro tra i Wilco più pacati e il grande amore di sempre, i Beatles, orchestrato nel ciondolante avvio di “Storms”, si consuma in un clima di moderata curiosità ma senza clamori. Nelle dieci tracce del disco non vi è nulla che si possa accostare alla parola “stratosferico”, la fantasia non sembra più quella a ruota libera di un tempo anche se il songwriting è ancora particolarmente efficace e Stoltz giostra sempre con una certa autorevolezza. A strofe volutamente spoglie si contrappongono refrain pure giocati sull’essenzialità ma assai più radiosi, con qualche scampolo psych che non sposta gli equilibri ma conferisce quel tocco di colore in più a un lavoro altrimenti rimarchevole solo per la sua pulizia. Con l’andare dei minuti le ritmiche non cambiano, così come i limitati ma cangianti cromatismi applicati dall’autore su questa intelaiatura scarna e quasi folk.

Giunti a metà del guado, più o meno, ecco però un brano torrenziale che rallenta in maniera decisa l’andatura, offrendo rarefazioni e ampi spazi atmosferici legati tra loro da un motivo circolare e ossessivo che mima la mania (da qui il titolo, calzante, “Inside My Head”). Potrebbe essere la svolta ma le coordinate restano sostanzialmente invariate anche nella successiva “Still Feel”, con la medesima impronta scabra e arsa su cui Stoltz si diverte a ricamare con mano minimalista, mitigando le asprezze grazie a poche pennellate terrose e evitando di sconfessare un understatement che si fa a tratti paradigmatico. E’ proprio in questo basso profilo che vanno ricercati la più rilevante peculiarità espressiva e insieme il maggior limite dell’album. L’inerzia è rotta timidamente da “Kim Chee Taco Man”, una canzone che impiega con profitto le sue ascendenze new-wave in chiave pop (in modo non dissimile rispetto a quanto capitato in “Are You My Love”, con le sue brave nuance anni ’80) pur restando sempre un po’ più tiepida e “contemplativa” del necessario, mentre le cose funzionano meglio con la susseguente “Marcy”, prova folk-sixties ordinata e non troppo originale che riavvicina Kelley a Donovan Quinn e i suoi Skygreen Leopards.

Nel finale “Double Exposure” azzarda quel po’ di vitalità e emozioni in più, ma senza impressionare davvero. Si addolcisce poco per volta, con buone suggestioni ben servite dal consueto mestiere, ma solo perché cede alle risapute lusinghe e agli incantesimi che da sempre lo irretiscono. Per il congedo Kelley sceglie di assumere una posa estremamente rilassata, nella cornice vaporosa di un soft focus che è ideale per la rappresentazione dei ricordi, nella loro rassicurante aura opalescente. Mette così la firma a un album discreto ma privo di veri guizzi, e questo è forse meno di quanto fosse lecito attendersi anche da una promessa mancata come lui.

(01/12/2013)

  • Tracklist
  1. Storms
  2. Are You My Love
  3. Your Face
  4. Double Exposure
  5. Inside My Head
  6. Still Feel
  7. Marcy
  8. Kim Chee Taco Man
  9. Down By the Sea
  10. It’s Summertime Again
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