King Khan & The Shrines

Idle No More

2013 (Merge) | garage-soul

Mancavano da ben sei anni i Sensational Shrines, da quel “What Is?!” che fu un discreto successo (rafforzato a stretto giro di posta dalla raccolta “The Supreme Genius”), ma si sono fatti trovare pronti all’appuntamento con il loro frontman canadese King Khan, tornato in Germania apposta per rilanciarne le azioni. Certo Arish Ahmad Khan non è proprio rimasto con le mani in mano in tutto questo tempo: ha realizzato dischi con sua figlia Saba Lou (all’epoca seienne), con Jasper Hood (The Black Jaspers), con l’invasato Bloodshot Bill (Tandoori Knights), ha licenziato il terzo capitolo della sua fortunata avventura a due con Mark Sultan (King Khan & BBQ Show) e sempre con quest’ultimo e con i Black Lips ha dato vita a un anomalo supergruppo gospel-garage, The Almighty Defenders, con cui ha pubblicato un album eponimo quattro anni fa. Rispetto ai progetti sopra citati, questo con la sua “Psychedelic-soul Big Band” lo ha riportato verso sonorità insolite da tempo trascurate, verso James Brown o il Rhythm & Blues felicemente e dannatamente retrò, un po’ alla maniera dei Dirtbombs (che, non per niente, avevano partorito uno split album proprio con lui e i suoi Sensational Shrines nel 2005). La lunga inattività poteva quindi far presagire un certo appannamento per la ricca ensemble internazionale ma basta l’avvio di questo “Idle No More” a esonerare ogni perplessità, considerati il ritmo incalzante, le spirali delle chitarre e i sottili aromi western della programmatica “Born To Die”.

La dimensione allargata e su di giri del collettivo rende euforico un Khan particolarmente ruspante, mentre sullo sfondo impazza un ampio schieramento di trombe, percussioni e archi, per un risultato comunque fluido, segno che la band ha una sua ragion d’essere che va ben al di là del puro cazzeggio tra amici, riesce a esplorare soluzioni eccentriche con una resa all’altezza delle aspettative ed è ben attrezzata, ebbra ma con costrutto, smaliziata. Le cose migliorano addirittura quando l’andatura si fa più svaccata (“Bite My Tongue”), ideale per lasciare al cantante e alla sua Telecaster (con delega revivalista) il ruolo di gioviali mattatori serviti a dovere dalla cornice morbida e armoniosa dei fiati, oppure negli episodi più sanguigni e spassosi, di grande energia funky-blues, come “Luckiest Man”: qui il capobanda gigioneggia come un Mick Jagger dei poveri, mentre la presenza di un Farfisa sposta abbastanza nettamente i riferimenti verso i Fleshtones di fine anni ’80 (gli stessi della successiva “Better Luck Next Time”, che pure sa di festoso jangle-pop). A fare la differenza più di tutto il resto è però il songwriting da navigato pescatore di perle melodiche del canadese, che funzionano a meraviglia vestite di anni ’50 e rockabilly rivitalizzato stile Heavy Trash (“Yes, I Can’t”) come affidate a un rock affilato circa primi sixties, tra maledettismo di facciata e schietto romanticismo (“I Got Made”).

“Romanticismo”. A ben vedere è proprio questa la parola-chiave, come sempre nelle produzioni di Khan. E’ anche per questa sua peculiare inclinazione che un disco come “Idle No More” suona trascinante senza essere banale, a riprova che dietro musica come questa vi è sempre ricerca, rielaborazione accurata del passato, più che una semplice passione cieca e fine a se stessa. Nella disinvoltura alle prese con certi stilemi che si direbbero decotti sta il grande talento di un autore che non ha mai smesso di meravigliarsi e meravigliare, sfogliando le pagine mitiche di una tradizione spesso considerata minore. Capita così di imbattersi, ancora una volta, in tante piccole sorprese. Il garage-blues di “Bad Boy” richiama alla mente l’interpretazione rauca e sopra le righe dell’ultimo Ian Svenonius  (progetto Chain & The Gang), il predicatore del gospel yeh-yeh in fissa per il modernariato musicale dei neri, dal soul licenzioso al rock’n’roll à la Chuck Berry: per chi ami il genere e il personaggio, uno dei momenti più godibili di un album peraltro tutto effervescente. Che trova il suo sbalorditivo apogeo in “Darkness” dove, tra turgori di sax e chitarre viziose da sudicio club, King Khan si esibisce in una prova di sfolgorante travestitismo nei panni di una baldracca fatalona che canta col cuore in mano: ne esce un numero oltremodo sporco, ammiccante, notturno, impregnato dei più logori stereotipi sull’amore sciagurato, eppure assolutamente irresistibile, un divertissement più che riuscito. La successiva “Pray For Lil”, un diversivo lento e più convenzionale con un’atmosfera da reietti (che splendono) alquanto sincera, non sposta di molto le coordinate ma è cantata da una donna vera, con cui il paffuto rocker si limita a duettare dalle retrovie.

E il King Khan classico, quello duettista, ruvido, canzonettaro? Nel nuovo lavoro con gli Shrines lo si sente a malapena (“So Wild”, “Thorn in Her Pride”), e sempre irrobustito dal suggello bandistico dei suoi sodali tedeschi. La vena eclettica ha quindi la priorità, e “Idle No More” ne beneficia in profondità e svago. Una vera manna per i seguaci del movimento revivalista, bisognosi di dischi simili – entusiasti ma curatissimi – come di una linfa vitale.

(25/08/2013)

  • Tracklist
  1. Born To Die
  2. Bite My Tongue
  3. Thorn In Her Pride
  4. Luckiest Man
  5. Better Luck Next Time
  6. Darkness
  7. Pray For Lil
  8. Bad Boy
  9. So Wild
  10. Yes I Can’t
  11. I Got Made
  12. Of Madness I Dream
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