Mark Kozelek & Desertshore

Mark Kozelek & Desertshore

2013 (Caldo Verde) | slowcore, songwriter

Nemmeno quattro mesi dopo lo splendido “Perils From The Sea”, riecco Mark Kozelek alle prese con musica non scritta da lui. E non semplicemente cantata, come nel disco realizzato assieme a Jimmy LaValle, ma anche suonata (basso e seconda chitarra), seppur non da protagonista. A offrirgli una nuova opportunità e, insieme, un innegabile tuffo nel passato è Phil Carney, sodale ai tempi dei Red House Painters e oggi titolare del progetto Desertshore assieme al pianista Chris Connolly. Non si tratta neanche della prima volta in assoluto, avendo Mark prestato la propria voce anche in tutta la prima facciata del precedente, apprezzabile, “Drawing Of Threes”, ma è certo che faccia sempre piacere ritrovare il cantautore di San Francisco perfettamente a suo agio accanto a musicisti fidati, ispirato e non troppo distante rispetto alle atmosfere che hanno fatto la fortuna della sua più apprezzata creatura musicale. Ed è proprio da quelle parti, nel quadro gentile e colmo di pacifica meraviglia di “Mariette”, che Kozelek si trova a esibirsi con disinvoltura e con il medesimo (apparentemente) placido disincanto che negli ultimi anni pare diventato il fulcro della sua peculiare cifra poetica. Le stesse condizioni espressive tornano nel congedo di “Brothers” come a chiusura di un cerchio, con la sponda strumentale sfrondata sino all’impalcatura malinconica del pianoforte, perfetto per descrivere un paesaggio in cui le angosce di ieri sembrano ormai evaporate grazie all’incontro con un primo, pallido, promettente sole. Tra i due vertici si snoda un album assai più sfaccettato rispetto ai consueti standard del songwriter statunitense, e colpisce nel segno in virtù dei suoi continui, vistosi cambi di umore e scenario.

Più che i Red House Painters dei bei tempi, “Livingstone Bramble” rispolvera i Sun Kil Moon elettrici dello stupefacente esordio “Ghost Of The Great Highway”, con la medesima baldanza nelle chitarre e l’intatta qualità affabulatoria del cantante (suoi i testi, come la copertina), al solito bravissimo ad aprire begli sprazzi emotivi e a rendere epica la figura dell’ennesimo pugilatore poco noto, in un brano altrimenti ossessivo ed eccessivamente ritornante. Si serve invece di una celebre citazione dello Steve McQueen di “Papillon” “Hey You Bastards, I’m Still Here”, episodio che ricorda molto da vicino gli ultimi Sonic Youth, quelli capitanati dal più serafico dei Thurston Moore.
Suggestioni a parte, Mark si offre impeccabile, affilato, incattivito come il protagonista della succitata pellicola, su una trama oltremodo gravata dalle inquietudini, e sviscera i più disparati ricordi d’infanzia quasi come recitasse un mantra, con aria torva e l’immancabile broncio scolpito in viso. “Katowice Or Cologne” è, per converso, un episodio dal bel respiro, vibrante e luminosissimo come ne sono capitati non di rado negli ultimi lavori. Ripristina immediatamente un tono più disteso e una sua elusiva magia, traendo forza dalla semplicità e svelando una piacevole leggerezza, un tono di rilassato abbandono al disimpegno, con notazioni come sempre preziose dai suoi diari di viaggio. “Seal Rock Hotel” rincara subito la dose con la sua freschezza, il suo sorriso appena abbozzato a fil di labbra, una chitarra svolazzante e la passione nel cantare di vecchi ritorni a casa. L’alleggerimento che non ci si aspetta arriva invece verso la fine (“Don’t Ask About My Husband”), nel segno di un jangle-pop frizzantino e assai poco kozelekiano che, nonostante l’insolita veste espansiva, riesce convincente.

Un tratteggio più disadorno in acustico (“Tavoris Cloud”) riavvicina l’intensità del Kozelek più sobrio e contemplativo. E’ in questa dimensione che il cantautore trova davvero la sua giustezza espressiva, affascinando nell’essenzialità con tutto l’ardore delle sue torrenziali esternazioni, flussi di coscienza pieni di parole ma mai verbosi. Vi è ormai una sicurezza in lui, nella sua voce inconfondibile, che non può che impressionare e lasciare ammirati, specie considerando come le sue liriche densissime invadano con spudorata confidenza gli spazi di una musica immaginata da altri, che a lui sembra però calzare come un guanto. E poi, grandissima sorpresa, una “You Are Not of My Blood” che riesuma gli scenari cupi e angusti del primissimo capolavoro dei Painters, “Down Colorful Hill”, un teatro quasi autistico in cui Mark torna a cantare (con l’eco di Alan Sparhawk dei Low) con fredda indifferenza e sguardo accigliato, del tutto impassibile nella sua tetra salmodia. Ma è un attimo appena. Il colore e un’espressione più serena sono ripristinati dalla successiva “Sometimes I Can’t stop” anche se siamo ancora dalle parti dei migliori Red House Painters, stringati ma potenti in quanto a fascinazione in un gioiello slowcore che non avrebbe sfigurato in nessuno dei due dischi eponimi del 1993. Canzone meravigliosamente autunnale questa, da cielo nuvoloso, con un Kozelek gigantesco che non ha timore ad azzardare un falsetto.

Senza forzature, ansie, foga. Senza impegni. Alla fine si è concretizzata l’occasione per un bel ritorno insieme, naturale come i suoi interpreti. E lasciarsi cullare da queste note e da queste narrazioni rigonfie, come tra le braccia di una corrente ora placida ora impetuosa, rimane un passatempo inestimabile.

(09/09/2013)

  • Tracklist
  1. Mariette
  2. Livingstone Bramble
  3. Hey You Bastards I'm Still Here
  4. Katowice Or Cologne
  5. Seal Rock Hotel
  6. Tavoris Cloud
  7. You Are Not Of My Blood
  8. Sometimes I Can't Stop
  9. Don't Ask About My Husband
  10. Brothers 
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