Mark Kozelek & Jimmy LaValle

Perils From The Sea

2013 (Caldo Verde) | songwriter

Outside my window tonight, Sausalito’s twinkling lights
My love’s beside me deep asleep
The dog is laying between my feet
Outside my window tonight, the cargo ships are cruising by

And I’m so happy to be alive
to have these people in my life
Laying in my bed ceiling gazing
Can’t make my mind stop from racing
It’s not good or bad, it’s just how God made me


Vent’anni più o meno da “Down Colorful Hill” e dall’eponimo con le montagne russe, e Mark Kozelek è tutta un’altra persona. O forse no, non è proprio così. Se il velo d’insondabile e oscura malinconia che rese la pelle d’oca di quei primi sconcertanti dischi sembra dissolto per sempre, a rappresentare un autore tra i più stupefacenti della sua generazione restano una voce e un talento nel raccontare – e raccontarsi, soprattutto – davvero più unici che rari. L’urgenza e la disperazione della giovinezza hanno lasciato il posto a un’ironia adulta, alla disillusione, eppure la sua scrittura si sta riapprossimando al grado zero di quello stile folgorante, a un’essenzialità costruita attraverso il rigore, la pulizia, le pause e le illuminazioni improvvise. Lo si è percepito negli ultimi lavori accreditati ai Sun Kil Moon e traspare come una rivelazione in questo album strano e bellissimo, giunto quasi a sorpresa sull’etichetta di casa, Caldo Verde, frutto di un sodalizio sorprendente che è stato proprio il cantante dell’Ohio a cercare con ostinazione. Dettaglio curioso è che la musica di “Perils From the Sea” è tutta farina del sacco del comprimario, quel Jimmy LaValle che sotto il moniker The Album Leaf ha scritto pagine memorabili in ambito ambient-pop nell’ultimo decennio. Questo può significare soltanto due cose: in primo luogo che il cantato apparentemente monocorde di Mark è in realtà il più straordinario strumento nel suo bagaglio d’artista; e poi che pare quasi siano gli alvei sonori approntati dall’occasionale compagno ad adeguarsi ai torrenziali flussi di coscienza del cantautore, per quanto sia incontestabile una correlazione di natura inversa.

Con le sue architetture disadorne a base di elettronica ultraminimale, drum machine e tastierine vintage, LaValle ha svolto un eccellente lavoro di sostanza al servizio dell’ex-Red House Painters: conservando per tutti gli ottanta minuti del disco un profilo opportunamente basso, tagliando eventuali inutili derive rumoriste e offrendo un sottofondo ritmico e melodico trasparente per quanto ipnotico, sottilissimo accenno d’inquietudine accolto e sviluppato con la dovuta intensità dal cantante nel suo ininterrotto impulso di nostalgica introspezione. Le legittime perplessità in merito a una collaborazione che poteva apparire improbabile, specie ai fan più intransigenti del Kozelek chitarrista, capitolano con la felice riuscita di un connubio che era difficile immaginare più fluido e coerente. Merito anche della prova accorata e fortemente evocativa di Mark, impeccabile nel dare colore e profondità ai barbagli soffusi e alle brume sintetiche elaborate da Jimmy, nell’insinuarsi con gentilezza negli interstizi lasciati liberi tra nota e nota e nel toccare, come sempre peraltro, corde importanti senza la minima forzatura. Il modello di riferimento per l’intero album resta la splendida “Eastern Glow” dal capolavoro di The Album Leaf “In A Safe Place”, dove il polistrumentista di San Diego aveva già perseguito un ideale di cauto accompagnamento per un altro cantautore, in quel caso Pall Jenkins dei Black Heart Procession.

Ora come allora la fusione risulta quindi armonica, naturale, per nulla pasticciata, e offre una salutare ventata d’aria fresca proprio a Kozelek, nuovamente a fuoco nelle sue meditazioni esistenziali dopo la parentesi più angusta e bozzettistica dell’ultimo Sun Kil Moon, seppur con la conferma delle stesse tonalità introverse e slowcore che hanno reso inconfondibile la sua cifra stilistica. Rispetto al passato remoto, si è però fatta largo nei suoi testi magnifici una più dolente e corposa umanità. Accantonato il piacere fine a se stesso delle speculazioni sui massimi sistemi, tralasciato il lirismo affilatissimo della sua indimenticabile fase scapigliata, Mark è oggi più voracemente attratto dalle fascinazioni spicciole e un po’ crude del quotidiano, dagli umori altalenanti e dalle miserie belle del vivere marginale. Lo si avverte ad esempio quando con un pizzico di fatalismo l’ex-Painters si sofferma a ripensare al clandestino che doveva rimettergli a posto casa, ma si fece arrestare e fu rimpatriato in Messico prima che i lavori fossero ultimati (“Gustavo”). In brani come questo nulla è di troppo, a cominciare dal ragguardevole minutaggio. Un elemento anzi necessario, che non attenua la finezza nello sguardo di un contemplativo autentico come lui. Le canzoni di “Perils From The Sea” sono tutte considerevolmente lunghe ma non stancano. Non annoiano, per dirne un’altra, le riflessioni sul faticoso divorzio della sorella amalgamate in “Ceiling Gazing” con i più disparati ricordi d’infanzia, così da cullare con sorprendente dolcezza l’ascoltatore nel soft focus di un incanto sospeso, rarefatto.

Dagli immancabili scorci di San Francisco agli elenchi sterminati di ogni scalo internazionale incontrato, dal tono vagamente lugubre dei passaggi più scuri (emblematica “Baby in Death, Can I Rest Next to Your Grave”) alla morbidezza decorativa di un incubo trasfigurato (“You Missed My Heart”), dalla concretezza quasi diaristica che riavvicina agli ultimi e più appagati Sun Kil Moon (“By The Time That I Awoke”) alla magia sfuggente di un onirismo ben più recondito (“He Always Felt Like Dancing”), non si può contestare al disco neppure la monotonia che gli irriducibili miopi detrattori tirano spesso (e a sproposito) in ballo quando si parla di Kozelek. Le parsimoniose comparsate di una chitarra acustica accreditata peraltro non a Mark, bensì all’ex-Horse Feathers ed ex-Efterklang Peter Broderick, aggiungono un paio di pennellate folktroniche che, pur non stravolgendo l’impronta generale, contribuiscono ad arricchire ulteriormente il quadro nel suo insieme. Menzione speciale per entrambe: la magnetica “Here Come More Perils From the Sea”, dove l’incontro tra le due filosofie sonore si fa entusiasmante, e la più delicata “Caroline”, illusione fragilissima ma assai piacevole per chiunque abbia amato i Red House Painters di “Ocean Beach”*.

Il titolo che racconta il punto di vista del nuovo Kozelek come nessun altro è però quello scelto per il commiato, “Somehow The Wonder Of Life Prevails”. Oltre dieci minuti di struggente intimismo che rovesciano anni e anni di sconforto cristallizzato in canzoni esemplari, se persino il dolore per la perdita di un’amica può essere sciacquato via da dettagli e rivelazioni impensabili come il suo riflesso nel viso di una bambina, di una figlia. La meraviglia è centellinata. Rallentata fino alla soglia di un gemito, alla perfezione nuda di una sfumatura, di un battito del cuore, di una parola ben ponderata. E a Mark non occorre altro per scavare in profondità e offrire una disarmante istantanea del suo intricato universo di gioie e desolazioni, con l’ultima ribalta concessa comunque alla speranza, a riprova che anche dalle peggiori tempeste dell’anima si può venire fuori. La consapevolezza dietro questa nuova prospettiva, sorretta a dovere dall’ininterrotta poesia di questi stream of consciousness, contribuisce a rendere indimenticabile uno dei dischi più riusciti e significativi della sua straordinaria carriera.

*Buone notizie per i nostalgici dei Red House Painters: è atteso per agosto, sempre su Caldo Verde, il terzo album dei Desertshore di Phil Carney (che dei Painters era il secondo chitarrista), con dieci inediti scritti assieme a (e cantati tutti da) Mark Kozelek. Il titolo, semplicemente, "Mark Kozelek & Desertshore".

(02/06/2013)

  • Tracklist
  1. What Happened to My Brother
  2. 1936
  3. Gustavo
  4. Baby in Death Can I Rest Next to Your Grave 
  5. Ceiling Gazing 
  6. You Missed My Heart
  7. Caroline
  8. He Always Felt Like Dancing
  9. By The Time That I Awoke
  10. Here Come More Perils From The Sea
  11. Somehow The Wonder of Life Prevails




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