Lili Refrain

Kawax

2013 (Subsound) | gothic rock

Lili Refrain è una chitarrista romana che debutta con il disco omonimo autoprodotto del 2007 e il primo disco lungo “9” (Trips Und Träume, 2009), una collezione segnata da un preludio a metà via tra mantra tibetano e lied operistico, ballate folk che a tratti accennano ai Dead Can Dance, e una sfilza di numeri al confine tra il rock prog-metal e la musica barocca, dal contrappunto basato sui loop di sola chitarra. In effetti nel suo insieme l’album sembra tendere più al classicismo sinfonico che alla musica rock, ma è stupefacente come anche i muri più impressionanti di distorsione, quasi Glenn Branca nello spirito, siano il prodotto di una sola musicista, e ne fanno una delle chitarriste rock più entusiasmanti del panorama italico. “Ictus” dà anche un’idea iconica di pulsazione ritmica, sempre generata dai soli loop di chitarra, una sorta di via alternativa al minimalismo.

Nel terzo “Kawax”, dopo un nuovo affascinante preludio come la rimbombante ninnananna di strega di “Helel”, la compositrice dà fondo a tutte le capacità camaleontiche della sua tecnica. “Kowox”, corrente elettrica heavy metal di arpeggi e tuoni distorti, qua e là fa un po’ il verso al chitarrismo ipercinetico di The Edge. “Goya” è una nuova spremitura del minimalismo, ma nella forma mima la “Misirlou” di Dick Dale e nella sostanza cita la “Paint It Black” dei Rolling Stones; meglio la seconda parte, in cui un corale ancestrale avvia un crescendo “orchestrale”; così “Baptism Of Fire” si rifà quasi esplicitamente alla “Mammagamma” di Alan Parsons, su battito pellerossa e progressione minimalista. Almeno “666 Burns” arriva a suonare come una marcia infernale prima di impazzire in feedback astratti.

Quando si emancipa dai loop di chitarra per sostituirli con quelli vocali, esce una romanza funebre come “Tragos”, in cui le scie di vocalizzi s’intrecciano in un clima freddo e buio. Il suo naturale approfondimento è “Nature Boy”, con un piglio da Fever Ray in un’atmosfera solenne e grave, accarezzata da vocalizzi svaniti, fino a solfeggiare nel vuoto. Questi brani sono soprattutto la dimostrazione definitiva del suo talento vocale, parallelo e non inferiore a quello di chitarrista.
Ma il vero viaggio interstellare Tim Buckley-iano, a confronto del quale gli altri brani sembrano umili bozze, è “Echoes”, 9 minuti di glissandi su glissandi sovrastati da ondate di feedback e gorgheggi lunghissimi, a transitare sottilmente verso un poema cosmico di riverberi e rifrazioni, finora il viaggio più intimo nella sua personalità artistica.
Questa tendenza stilistica sembra confermata anche da “Sycomore’s Flames”, tutta basata su arpeggi ambientali in stile Bark Psychosis, dove effettivamente rinuncia alla densità di fraseggio sua tipica per darsi alla dilatazione psichedelica, con tanto di ensemble di archi moltiplicati e e-bow.

Disco con una doppia valenza: strumentale e poetica. La prima illustra, la seconda percorre e divaga e s’inalbera, sfiora per un attimo corde sovrumane. Rifiniture plastiche e discorso lucido, almeno tre numeri d’alta classe. Primo disco “democratico” dell’autrice: Valerio Diamanti (batteria in “Baptism Of Fire”), Nicola Manzan, Roberto Cippitelli, i redivivi Inferno Sci-Fi Grind’n’Roll per intero. La citazione in "Goya" riguarda - non a caso - anche il grande pittore spagnolo e la sua "pintura negra", il suo periodo nero che entra in comunione con lo spirito della chitarrista. Artwork di Fernanda Veron. Edizione in vinile edita da Sangue Dischi.

(25/11/2013)

  • Tracklist
  1. Helel
  2. Kowox
  3. Goya
  4. Tragos
  5. Elephants On The Pillow
  6. Nature Boy
  7. 666 Burns
  8. Echoes
  9. Baptism Of Fire
  10. Sycomore’s Flames
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