Lustmord

The Word As Power

2013 (Blackest Ever Black) | ritual dark ambient, musica sacra

In tempi recenti si è fatto sempre più trasversale il tentativo di congiungere l’espressione musicale e le innumerevoli forme della spiritualità: temi e segni legati al culto ritornano – spesso in modalità contrastanti – anche nei progetti più estremi, che allargano le frontiere di un misticismo occulto sempre più prossimo a un empio decadentismo. Ma in arte non si fa questione di giudizi di valore, e se il profano tende le mani verso il sacro non può che guadagnarne nuova linfa, data l’immensa ricchezza che la storia delle religioni ha consegnato ai giorni nostri, tanto nelle parole quanto nella musica.
In questa entusiasmante ricerca si inserisce l'ultimo progetto di Lustmord – al secolo Brian Williams – veterano del lato più oscuro dell’ambient, che sceglie di risalire alle più lontane tradizioni del canto sacro. Egli attinge da un corpus che contiene l'essenza delle più antiche vocalità religiose, dove in ultima istanza si rivela la matrice tutt'altro che recente della drone music, che già agli albori del secondo Millennio aveva il suo prototipo nel canto monodico e, in seguito, nella polifonia dei pionieri Léonin e Pérotin.

Il potere della parola prima della parola, la vocalità come mezzo di trascendenza accostata alle insondabili profondità della dark ambient, in una calata che va oltre i limiti fisici della Terra e della gravità. Difficile infatti parlare di “elevazione” spirituale: siamo decisamente agli antipodi dell’astrazione estatica di un “Being Dufay”, al quale "The Word As Power" contrappone un’assoluta concretezza sonora, risolutamente tesa alla iterazione di minime cellule pre-semantiche. Ne danno prova le tre diverse interpretazioni (“Goetia” e “Chorazin” formano un dittico) di Aina Skinnes Olsen, che si presta agevolmente a mantenere pieno controllo della sua voce nella ripetitività fonetica richiesta dai mantra.
Ma dove non arrivano le profondità della dark ambient lo fa senza riserve il chanting, e in questo senso “Grigori” è un'immersione sonora impressionante, epicentro dell’intero excursus dominato dai bassi gutturali di Soriah. Altre comparsate spettano alla misteriosa Jarboe e a Maynard Keenan dei Tool (impossibile a riconoscersi), prima dell'estrema preghiera senza parole “Y Gair”, esatta chiusura del cerchio su cui soffiano sommessamente le canne di un organo.

La spinta verso il divino è qui del tutto endogena, intimamente sofferta: essa procede per gradi di introspezione sempre più stranianti – davvero blackest ever black – ma nell'ordine di un lento distaccamento dall'Io verso l'Es per poi giungere, finalmente, a sfiorare l’ineffabile. Un percorso non facile entro un’opera alquanto radicale e di notevole maturità artistica, frutto di uno studio ponderato sulle doti espressive e sulle potenzialità del canto sacro in relazione al proprio pluri-decennale, attualissimo campo d'azione. Il prezzo da pagare è una religiosa, inusitata pazienza, la ricompensa una bellezza rara e inesprimibile.

(07/10/2013)

  • Tracklist
  1. Babel
  2. Goetia
  3. Chorazin
  4. Grigori
  5. Andras Sodom
  6. Abaddon
  7. Y Gair

 

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