Marc Carroll

Stone, Beads And Silver

2013 (One Little Indian) | rock,songwriter

Si sarà pure conquistato l'ammirazione persino di Bob Dylan, grazie a una riuscita cover di "Gates Of Eden", ma fare un buon disco è un pelino un'altra cosa. Ricevere le pacche sulle spalle di Brian Wilson e Mark Knopfler farà anche tanto piacere, ma senza un'anticchia di personalità è un po' un cavolo e tutt'uno.

L'ex-Hormones e anche ex-musicista dalle belle speranze (e forse giusto quelle) deve essersene accorto e per il suo quarto album ha deciso di "buttarla in caciara" - ci si perdoni il linguaggio da "Accattone". Fattosi, bene o male, un nome con i tre precedenti dischi, l'irlandese ha investito non poco nelle guest-star di questo "Stone, Beads and Silver", forse credendo di migliorare l'offerta aggiungendo addendi alla sua proposta musicale pop-rock-cantautoriale che ora tutto deve a formazioni quali Big StarDire Straits, The Heartbreakers... e anche Reo Speedwagon.
Ecco allora arrivare a produrre Chris Testa, vincitore di Grammy con Jimmy Eat World e Band Of Horses; ecco arrivare Bo Koster dei My Morning Jacket, Nelson Bragg e Probyn Gregory (già turnisti con Brian Wilson) e McKenzie Smith dei Midlake; non bastasse, c'è anche il deus ex machina dietro Levon Helm e grande amico, guarda caso, proprio di Bob Dylan Larry Campbell. Manca Totti che fa il "cucchiaio" e il successo dovrebbe essere pressoché garantito.

E invece no. Il nuovo capitolo di Carroll, e il primo registrato negli Stati Uniti, è un possibile passo indietro. Meglio: è la dichiarazione di resa di un artista che forse ha esaurito l'originalità delle  proprie argomentazioni in soli tre dischi. Con questo non vogliamo dire che "Stone, Beads and Silver" sia un brutto disco, ci mancherebbe, ma solo che è un disco già sentito e destinato ad essere ripetuto almeno un'altra decina di volte da qui alla fine di quest'anno - da altri nomi che non sono quello di Carroll.

A pensare in grande non c'è nulla di male, però si rischia di esagerare e uscire fuori dalle righe.  La tendenza di Carroll a calcare la mano, come sempre accade in queste situazioni, è limitrofa all'apparire fuori fuoco e ripetitivi.
Nell'occasione specifica il gioco regge bene con le prime tre o quattro tracce (soprattutto nell'ossessiva apertura di "Muskingum River") che assemblano pathos desertico e obrosi crescendo dal vago sapore J.J. Cale, ma poi si trasforma in un bizzarro pasticcio pomp-oso e "già sentito" triliardi di volte dagli 80's ai giorni nostri che trova un po' di pace soltanto nell'ultima "Delicate Grace". Va bene che la musica è un continuo riciclo che si ripete in un momento in cui viviamo, ma in questo caso, davvero, molto meglio riscoprire gli originali.

(15/01/2013)

  • Tracklist
  1. Muskingum River
  2. The Fool Disguised In Beggars Clothes
  3. Nobody, No Nothin’
  4. They’ll Never Find Us Here
  5. If Only To Remind Her
  6. (It Was) Lust Not Love
  7. The Silence I Command
  8. Sat Neath Her Window
  9. You Can Never Go Home
  10. Delicate Grace


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