Mark Lanegan

Imitations

2013 (Vagrant) | songwriter, folk

Possono schizzare o precipitare tutti i differenziali di questo mondo, ma l’elevato tasso d’inflazione della musica di Mark Lanegan resta una di quelle costanti che non sembrano conoscere smentite. Quando il cantante di Ellensburg si dichiara a corto di idee, non dovrebbe essere improbabile incontrarlo come ospite nei più disparati progetti; e quando l’indice delle sue collaborazioni pare destinato a una brusca contrazione, potete star certi che lui tornerà a farsi vivo con un disco nuovo di zecca. Canzoni originali o rifacimenti, comparsate anche svogliate o duetti in stile “la Bella e la Bestia”, è difficile che trascorrano più di dodici mesi senza che l’ex-Screaming Trees si presenti all’appuntamento. Dopo l’ottimo ritorno del 2012 alla guida della band che porta il suo nome, non si può certo dire che Mark sia rimasto al palo: al disco pubblicato in aprile, frutto del sodalizio con il londinese Duke Garwood, fa seguito ora la seconda raccolta di cover della carriera, a ben quattordici anni da “I’ll Take Care of You”. Considerando che il produttore di questo “Imitations” è lo stesso di allora, Martin Feveyear, appare inevitabile prendere le mosse da un confronto diretto con la precedente esperienza. Alla quale riporta in maniera alquanto netta la parsimoniosa meraviglia nei solchi di “She’s Gone”, aggiornandone però l’impronta allo standard di uno chansonnier vecchio stampo, intimamente tradizionalista ma con in sovrappiù una dote vocale fuori dall’ordinario.

Per come si presenta, l’album mostra di non volersi assumere chissà quali rischi. Il folk-blues pulito e affidabile dell’inaugurale “Flatlands” (che la Chelsea Wolf di “Unknown Rooms” sembrava avergli cucito su misura) replica a grosse linee le suggestioni desertiche dei lavori della maturità (e del recente “Black Pudding”) senza riuscire a mascherare un po’ di stanchezza, l’impressione di trovarsi al cospetto di un artista invecchiato. Le cose non vanno diversamente quando, poco oltre, Mark sceglie di cimentarsi con un brano dell’amico Greg Dulli (“Deepest Shade”, dal catalogo Twilight Singers) che è la quintessenza dello spleen nostalgico a lui caro: il risultato è lusinghiero per quanto, considerati i registri, sia difficile non archiviare la prova come ordinaria amministrazione per uno come lui, qui persino troppo compassato.
La confezione è impeccabile, il crooning seducente, da navigato intrattenitore, eppure su questi terreni l’oracolare Lanegan si rivela prevedibile come non mai. Anche quando rilegge in un luminoso quadretto folk il James Bond cantato da Nancy Sinatra (“You Only Live Twice”) attrattive e problemi restano i medesimi: è tutto esattamente come ce lo si aspetterebbe. E’ solo superando questo limite che si può apprezzare il senso del disco, un diversivo pensato e realizzato più che altro per ragioni sentimentali, non irrinunciabile – data la sua natura collaterale di semplice passatempo – eppure non privo di momenti godibili o (più di rado) piccole sorprese.

Sono soltanto un paio i casi in cui Mark azzarda qualcosa di più personale, pagandone poi lo scotto in termini di coesione: il tepore dei fiati nella cornice estatica di “Brompton Oratory” (dal Nick Cave iper-contrastato di “The Boatman’s Call”), in vece di una replica pedissequa che sarebbe stata inutile, e la posa waitsiana indossata nello scenario disadorno di “Mack The Knife”, da un classico di Kurt Weill di cui conserva forza e respiro.
Per il resto appaiono evidenti i segni della distanza espressiva dalla più datata collezione di cover. Questo è davvero un Lanegan che tende all’imitazione, rinunciando quasi sempre già in partenza a offrire un contributo davvero originale alle canzoni, diversamente da quanto fatto ai tempi di “I’ll Take Care of You”: si adegua sul piano formale, forzando troppo se stesso per far risaltare in controluce i vari modelli di riferimento; oppure predilige la componente emotiva con interpretazioni commosse (come nella prima delle tre riletture di Andy Williams, “Solitaire”, chiaro omaggio a un performer recentemente scomparso) che puntano a rievocare la genuina fascinazione esercitata dai dischi di famiglia ascoltati sino alla nausea in tenera età. In altri casi è invece la proposta stessa a spingersi ben al di là dei suoi consueti canoni. Capita con il recupero coraggioso ma poco convincente di “Élégie Funèbre” (di Gérard Manset, qui affidata ai magheggi del fido Alain Joahannes) come nel singolo “I’m Not The Loving Kind”, dal John Cale di “Slow Dazzle”, assai più somigliante all’originale che non al suo occasionale interprete.

Le perplessità dovute ad apparentamenti che suonano talvolta un po’ innaturali non cancellano i meriti di un’operazione molto curata e ricca di ospiti preziosi (dal redivivo Mike Johnson a una sezione ritmica che vanta entrambi i batteristi degli Screaming Trees, Mark Pickerel e Barrett Martin, oltre a Bill Rieflin e Duff McKagan), la cui sincerità resta un dettaglio non contestabile.

(02/11/2013)

  • Tracklist
  1. Flatlands
  2. She’s Gone
  3. Deepest Shade
  4. You Only Live Twice
  5. Pretty Colors
  6. Brompton Oratory
  7. Solitare
  8. Mack the Knife
  9. I’m not the Loving Kind
  10. Lonely Street
  11. Elegie Funebre
  12. Autumn Leaves
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