Mazzy Star

Seasons Of Your Day

2013 (Rhymes of an Hour Records) | dream-pop, psichedelia, folk-blues

Immaginate una California perduta e ritrovata, tra l’oceano e il deserto: è tarda notte e l’occhio scende lieve dall’alto, dal nero stellato del cielo ai puntini rosso/giallastri di una città. Poi lo sguardo indugia altrove, lungo la spiaggia. E là, dove la sabbia lascia posto al cemento, c’è un piccolo Luna Park di periferia.
I cancelli sono sbarrati ormai, eppure qualche scritta al neon ancora crepita, qualche suono riempie timidamente il buio. La ruota panoramica, immobile fino a un secondo prima, riprende a girare.
È proprio in questo momento perfetto che l’organo Wurlitzer ci sorprende, accompagnandoci per mano all’interno di “In The Kingdom”, il primo brano di “Seasons Of Your Day”, quarto album di studio dei Mazzy Star, nonché loro atteso ritorno. Molte, molte stagioni sono trascorse da allora: poco o nulla sembra davvero cambiato. Nella loro dimensione è come se fosse passato solo un giorno e quindi, in qualche modo, va tutto bene. Prendiamo posto sulla ruota panoramica e lasciamoci cullare, mentre le onde di questo sogno psichedelico sciabordano via lo spazio e il tempo.

E’ vero, complici alcune rimpatriate di gran calibro (David Bowie e My Bloody Valentine) e fatte comunque le dovute proporzioni, sarebbe stato lecito attendersi qualcosa di diverso dai Mazzy Star, paladini del dream-pop californiano nei primi anni Novanta, una manciata di album all’attivo e almeno un grande inno radiofonico – “Fade Into You” – lasciato agli annali. Di fatto, era dal 1996 che un loro disco non faceva bella mostra dalle vetrine dei negozi: chi tra noi azzardava percorsi sonori alternativi, stimoli differenti di interpretazione o d’arrangiamento, ha però sbagliato i calcoli. Già, perché la band nel frattempo non si è mai davvero sciolta (incredibile a dirsi, ma sono stati loro stessi, più volte, a sottolinearlo nel corso delle ultime interviste) e il timone, malgrado il side project di Hope Sandoval, è rimasto ben saldo verso un unico, familiare orizzonte: folk e blues acustico, psichedelia, chitarre elettriche lisergiche e una voce sussurrata, angelica. Evidentemente non c’era né la volontà né il bisogno di drastici aggiornamenti stilistici, tanto per strizzare l’occhio all’ultima moda: i Mazzy Star non sono quel tipo di band e i loro stessi fan, seppure cresciuti e maturati, sono tutto sommato gli stessi – almeno numericamente – di vent’anni fa.
Da questo dato si parte: un aspetto cruciale, al tempo stesso punto di forza e tallone d’Achille del gruppo losangelino. Chi vorrà perdonarli, non fosse altro per antico amore, si troverà davanti un buon disco.

Dieci brani tra i 4 e i 6/7 minuti di durata; come si diceva un impianto dal caldo cuore acustico, impreziosito dall’eccellente lavoro chitarristico di David Roback, trent’anni di carriera (prima coi Rain Parade, poi con gli Opal) al servizio della sei corde, sempre abile e discreto nell’accompagnamento, efficace nelle svisate slide e nel punteggiare di elettrica gli spazi tra una strofa e l’altra. L’altro fulcro espressivo è senz’altro Hope Sandoval, eterna bambola piena di grazia, cantante misteriosa e affascinante. L’ipnosi avvolgente, l’incanto onirico così peculiare dei Mazzy Star è senz’altro merito suo. A completare il quadro occasionali tastiere, glockenspiel e organo, quindi una sezione ritmica contenuta, mai sopra le righe. Tempi medi e tenui ballate acustiche restano la norma, a discapito degli episodi più acidi di cui pure i “ragazzi” furono validi rappresentanti: dell’antico filone resta quasi solo la conclusiva “Flying Low”, uno slow blues lisergico e inquietante, tra Hendrix e primi Pink Floyd. Un singolo potenziale – “Let Myself Down” - a sintetizzare il discorso e almeno un paio di ripetizioni tutto sommato poco utili (per chi scrive, si tratta della title track e di “Sparrow”). Ma soprattutto un grande e compianto Bert Jansch, ospite gradito a ricamare con la sua acustica la litania di “Spoon”.

Il resto, o almeno gran parte del resto, è affidato a rilassanti momenti da falò sotto le stelle, morbide dichiarazioni sussurrate, spoglie e suadenti: più che a Nico o ai Cocteau Twins, verrebbe quasi da pensare ai Led Zeppelin bucolici del terzo e quarto capitolo. Ovvero quattro sognatori inglesi che dal loro cottage bramavano la California, in compagnia di David Crosby o di Joni Mitchell.
E allora in qualche modo tutto torna, e la ruota panoramica riprende a girare proprio come faceva nei primi anni Novanta: tutto è cambiato eppure nulla è diverso. Almeno nel Luna Park dei Mazzy Star.

(23/09/2013)



  • Tracklist
  1. In The Kingdom
  2. California
  3. I've Gotta Stop
  4. Does Someone Have Your Baby Now
  5. Common Burn
  6. Seasons Of Your Day
  7. Flying Low
  8. Sparrow
  9. Spoon
  10. Lay Myself Down
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