Lubomyr Melnyk

Windmills

2013 (Hinterzimmer) | modern classical, post-minimalism, continuous music

Sarà il nome complesso da pronunciare, la provenienza da un paese non proprio fertile in quanto a tradizione musicale, ma fino a qualche anno fa ben pochi si ricordavano di chi fosse Lubomyr Melnyk. Erede del minimalismo più cerebrale, inventore di una tecnica pianistica e compositiva più evolutiva che rivoluzionaria – la cosiddetta continuous music, consistente nell'incasellare note e giocare con i riverberi di due pianoforti incrociati, per creare un flusso costante quanto variabile di suono – e detentore di una serie di record mondiali per l'incredibile velocità delle sue dita. Poi, d'un tratto, accade che all'interno della recente ascesa dell'universo modern classical, qualcuno (per la precisione: la piccola quanto interessantissima Unseen Worlds) riscopra anche il nome dell'ormai canuto compositore ucraino, che riesce nel giro di pochi mesi a licenziare due dischi rispettivamente su Important e Erased Tapes – quest'ultima capofila dell'exploit di cui si diceva.

In chiusura di un 2013 che ha visto la sua definitiva ribalta, ecco arrivare questo “Windmills” stavolta per Hinterzimmer, accompagnato dall'usuale, curatissimo packaging e forte dell'intransigente quanto fruttuosa selezione che l'etichetta tedesca effettua da sempre sulle sue release. Due sezioni di una composizione da considerarsi in realtà pezzo unico, che rappresenta l'apice di quel percorso – a molti oscuro – che ha portato Melnyk a sviluppare in maniera significativa la tecnica di cui si dichiara orgogliosamente inventore. Da evoluzione scientifica del minimalismo verso la claustrofobia che era in principio, la continuous music diviene oggi ricerca sulla melodia, sul tenore del suono e sulla sua forza espressiva, quasi più vicina a Wim Mertens che a LaMonte Young.

La composizione omonima nonché fulcro dell'intero lavoro è l'odierno approdo della ricerca del compositore: un insieme di anime convive e viene congiunta in passaggi graduali e sfumati, con la “solita” veemenza pianistica a fare da trait d'union interpretativo. La partenza guarda al passato rivedendolo con quel filo di inquietudine che lentamente si trasforma in potenza, a tratti quasi sfogo. Lamento che attorno al quarto d'ora strappa il velo al pianoforte, sfoggiando il suo lato più emotivo, per poi mantenersi in costante equilibrio fra malinconia e gloria. È in questa fase che il pathos raggiunge una delle vette più elevate dell'opera di Melnyk, prima di sfociare in una chiusura cupa, dissonante e molto meno incisiva. I venti minuti di “The Song Of Windmill's Ghost” ripropongono discorsi simili riducendo la matassa sonora e privilegiando questa volta le note alte, ponendo la delicatezza come elemento contrapposto all'epicità selvaggia del “primo tempo”.

È lo stesso Melnyk, prima che lo si faccia in questa sede, a sbilanciarsi senza mezze misure nel definire “Windmills” “il lavoro più importante e rappresentativo dei suoi ultimi quindici anni di musica e ricerca”.E non poteva esserci momento migliore per darlo alle stampe di quello in cui tutto ciò che è modern classical sembra attirare l'attenzione di un pubblico (anche troppo) eterogeneo. Se sia forse giunto il tempo - dopo anni trascorsi a costruirsi ed evolversi grazie alle sperimentazioni del suo inventore - di un'esplosione anche per la continuous music non è ancora dato a sapersi, ma questo prepotente ritorno di un compositore fino ad oggi di fatto dimenticato è un indizio che non può certo essere trascurato.

(26/12/2013)

  • Tracklist
  1. Windmills
  2. The Song Of Windmill's Ghost
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