Oh Land

Wish Bone

2013 (Federal Prism) | art-pop

Sognava di diventare una stella del balletto, Nanna Øland Fabricius.
Fisico da predestinata, talento fuori dall’ordinario, formazione con profitto presso le migliori scuole nazionali, nella natia Danimarca e poi in Svezia. Quindi l’imprevisto: un incidente, una lesione alla colonna vertebrale, la rinuncia inevitabile ai propri progetti. A salvarla dal baratro ha pensato la musica, altra passione di lungo corso per lei, figlia di un organista e di una cantante lirica, il cui cambio di rotta non si sarebbe potuto immaginare più provvidenziale. Dopo l’esordio da indipendente in patria con il moniker Oh Land, dedica al quadrisavolo etnografo Otto Fabricius (autore del “Fauna Groenlandica”) e lettering rubato alla Björk di “Vespertine”, si è innescata per lei una catena di eventi vorticosi quanto fortunati, dal trasloco a New York alla firma per la Sony, dalla pubblicazione di un sophomore dal budget decisamente più sostanzioso alle comparsate televisive nei salotti dei soliti Letterman e Kimmel, oltre allo scintillante ruolo di supporto in una sfilza di concerti di Katy Perry. La strada per il successo pareva segnata ma l’opulento dance-pop di quel disco eponimo doveva starle stretto. Da qui la decisione di rifocalizzarsi in una dimensione meno altisonante e la scelta di collaborare a tutto campo con Dave Sitek, accasandosi presso l’etichetta di quest’ultimo, Federal Prism. L’intesa tra i due, da subito perfetta, ha fatto sì che il nuovo album venisse ad assumere quell’esatta fisionomia di astronaut-ballerina-pop che l’artista danese aveva preventivato alla vigilia, con il suo ideale equilibrio tra marasma istintuale e disciplina decorativa, senza più timidezze ma anche senza troppi calcoli.

I contrasti tra materialismo e spiritualità, e tra natura e tecnologia, sono abilmente proposti come leitmotiv tematico, ma non vi è dubbio che la loro portata non vada molto al di là del dorato rivestimento. “Wish Bone” vive più che altro degli slanci del cuore, dell’impetuosa vivacità della sua autrice, il cui unico filtro è mantenuto – almeno sul piano delle intenzioni – nel taglio non più così magniloquente della parte musicale. Questo dovrebbe spiegare perché in avvio il disco non si discosti dallo standard di una pur professionale “ordinaria amministrazione”, con Nanna che gioca un po’ in sordina a fare la Janelle Monáe bianca su fondali electropop, dove con meccanica precisione si fondono aromi zuccherini ed edulcoranti formali tutto sommato minimalisti. E’ una quiete solo apparente. Il contenimento programmatico a base di vuoti e basso profilo non riesce ad avere la meglio ed è allora inevitabile che dopo le pennellate iniziali, ancora compassate, l’album si trasformi inesorabilmente in un nuovo trionfo di colori, melodie, refrain killer e incontaminato entusiasmo. E’ curioso e paradossale che i fuochi d’artificio partano con gli svolazzi d’arpa e il cantato adamantino di “3 Chances”, uno dei due soli brani scevri da più elaborate sofisticazioni (l’altro è la frugale “Love You Better”), che la Fabricius ha curato senza interventi esterni a Copenhagen: l’immersione nell’intima meraviglia di Oh Land, il teatro di un incanto amabilmente sospeso e senza tempo, nonché un’autentica gemma folk ammantata di quella cristallina purezza che è ormai quasi prerogativa nordeuropea.

Nanna torna quindi subito a indossare abiti synth-futuristi, proiettata di slancio in una contemporaneità audace ma non ruffiana. Anche in questa prospettiva per lei più rischiosa, dove il confine tra superba inventiva e trash involontario si fa per forza di cose incerto, la ragazza si rivela in parte, assai ispirata, e non rinuncia all’ironica strizzata d’occhio come quando, in coda a “My Boxer”, liquida la sua stessa proposta con un sibillino horrible. Da qui in avanti lo schema resta a grandi linee invariato, anche se la propensione dell’autrice si conferma improntata a una policromia vivida, movimentata, sempre cangiante. La cornice elettronica rimane poco invasiva, funzionale, persino trasparente, e questo perché non può che eclissarsi al cospetto della prova vocale eclettica e contagiosa della cantante. Il risultato può essere a ragione definito caleidoscopico: una festa sfarzosa dell’immaginazione in cui non si perde però mai la bussola e tutto funziona con prodigiosa giustezza. E’ easy-listening nella più piena e esaltante accezione del termine, ideato, agghindato e sciorinato con una perizia e una puntualità che lasciano ammirati. Se non si considera un limite l’inclinazione non proprio lunare di quest’artista meno canonicamente scandinava, se non si è troppo esigenti nei confronti di una formula epidermica che conserva ben poco delle originarie suggestioni glitch e dreamy, non si potrà negare che abbandonarsi a queste meravigliose parentesi d’intrattenimento può rappresentare un lusso alquanto piacevole da concedersi, con moderazione. Leggiadria e smaliziata disinvoltura vanno a braccetto in un’opera ben congegnata e confezionata, a sprazzi perfino populista, in cui la luminosa natura della biondissima danese non risulta mai limitata dai meccanismi sonori e dalla regia di Sitek, pure cruciale.

L’ascendenza nordica qua e là si fa comunque sentire, ma quello di Nanna è un freddo che non gela. E’ pulizia, è limpidezza, anche nelle infinite declinazioni di un pop deviante e contaminato. Così, tra rinnovate influenze archandroidi, non è insolito che si insinui il rigore quasi etereo di una Susanne Sundfør (“Kill My Darling”), mentre anche in contesti più cupi quella portata in dote dalla Fabricius è davvero una ventata di aria freschissima, alla maniera degli ultimi, più espansivi, Múm (“Sleepy Town”). Quello di “Wish Bone” è un art-pop gioioso a base di coriandoli sintetici, magici impasti vocali e vampe auliche liofilizzate, impreziosito sullo sfondo dai briosi ghirigori disegnati dal chitarrista dei Tv On The Radio, come in un numero a scelta delle Cocorosie meno pacchiane. Le fiammate emotive e la relativa estasi melodica non mancano di farsi trovare all’appuntamento, dietro ogni curva. Le gratificazioni si susseguono a ritmo serrato e, dopo il sensazionale filotto centrale, l’impressione di esserne piacevolmente saziati è assicurata, risparmiandosi per giunta il fastidioso effetto stravizio che spesso e volentieri le indigestioni pop comportano.

Oh Land conquista così. Con la radiosa semplicità di una ricetta che non le preclude di mostrarsi vigorosa e sensuale, all’occorrenza, ma dove la leggerezza non si traduce mai in futile ostentazione di forma, e la personalità ha sempre l’ultima parola. Anche la blanda malinconia di cui pare impregnarsi il congedo è spazzata via dall’indole ludica della sua interprete: una trasformista che ai bizantinismi e alle manierate falsificazioni espressive continua a preferire la forza incontenibile della propria fantasia. Come la più straordinaria delle ballerine, in fin dei conti.

(26/12/2013)

  • Tracklist
  1. Bird In an Aeroplane
  2. Renaissance Girls
  3. Cherry On Top
  4. 3 Chances
  5. My Boxer
  6. Love a Man Dead
  7. Next Summer
  8. Sleepy Town 
  9. Pyromaniac
  10. Green Card
  11. Kill My Darling
  12. Love You Better
  13. First To Say Goodnight


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