Okkervil River

The Silver Gymnasium

2013 (ATO) | alt-pop-rock

Meriden, New Hampshire, 1986. Un angolo sperduto dell’America, in cui si aggira un ragazzino fragile e occhialuto dall’aria un po’ stramba. Nella Main Street del paese il suo cane può starsene comodamente sdraiato tutto il giorno a dormire in mezzo alla strada: di macchine non ne passano quasi mai, in quella cittadina sonnecchiante immersa nei boschi. Il suo nome è Will, e non se la cava granché bene né con gli sport, né con la caccia, né con le relazioni in genere. Il mondo, per lui, è un orizzonte carico di mistero: e, con il misto di curiosità e desiderio della banda di amici di “Stand By Me”, non attende altro che di andare a scoprirlo.
I concept non sono certo una novità, per gli Okkervil River. Ma non era mai successo che avessero un’anima così personale e autobiografica come in “The Silver Gymnasium”: un viaggio al cuore degli anni Ottanta, in cui Will Sheff sale a bordo della sua DeLorean per ritrovare i luoghi e i volti della città dove è cresciuto. Fino a tornare a rispecchiarsi in quel ragazzino con gli occhiali spessi e lo sguardo proiettato lontano.

Videocassette, Atari, walkman… I reperti di modernariato che affiorano tra i versi di “The Silver Gymnasium” evocano in un istante i ricordi di una generazione. Ad accompagnare il disco c’è persino un videogioco a 8-bit in cui si può impersonare Will Sheff per avventurarsi tra i segreti del cimitero di Meriden, ritrovandosi magicamente catapultati nell’universo di una vecchia sala giochi.
Ma, prima ancora dello scenario, è la musica a fare da guida nella ricerca del tempo perduto: conferendo ai brani di “The Silver Gymnasium” una luccicante patina Eighties, senza per questo snaturare la personalità della musica degli Okkervil River. Dietro al mixer, non a caso, c’è per la prima volta il produttore John Agnello, artefice tra l’altro del successo di “Your Love” degli Outfield, che proprio nel 1986 entrava nelle top ten americane. Ed è un po’ come se Sheff ci portasse a bordo della vecchia station wagon di famiglia, quando la domenica mattina, lungo la strada per andare in chiesa, il padre si sintonizzava sulle hit di una delle pochissime stazioni radio capaci di arrivare fino a Meriden.

Le tastiere di “Down Down The Deep River” chiamano subito in causa lo Springsteen era “Born In The U.S.A.”, in una trionfale giostra di slanci lirici e ammiccamenti corali. È l’inizio di un caleidoscopio di Polaroid recuperate dalla scatola della memoria, in cui Sheff riporta orgogliosamente in vita i sogni dorati dei Simple Minds con l’enfasi contagiosa di “Stay Young”, per poi indossare con disinvoltura i panni del crooner pop, rendendo omaggio al Jim Reid di “Darklands” sul passo marziale di “White”.
A parte qualche sfoggio di melodia sin troppo facile (da “Pink-Slips” a “Where The Spirit Left Us”), i toni sovraccarichi di “I Am Very Far” lasciano così il posto a una rinnovata leggerezza, che sembra volersi riallacciare alle atmosfere della coppia “The Stage Names” / “The Stand Ins”: lo testimoniano il pulsare irrequieto di “Walking Without Frankie” e ancor di più le chitarre scattanti di “On A Balcony”, su cui i fiati vanno a imprimere una calda impronta soul. Sono però le tastiere, stavolta, le vere protagoniste dell’album: ora con la solennità dell’inno, ora con un insinuarsi impalpabile, come nei tremolii di synth che introducono “Lido Pier Suicide Car”. Per ritrovare l’eco dei vecchi Okkervil River, occorre rivolgersi all’andamento familiare di “All The Time Every Day”: ma la sensazione è che i tempi siano definitivamente cambiati per Sheff e soci, e sarebbe illusorio non prenderne atto.

Un fraseggio lieve di piano introduce la nostalgia di “It Was My Season”, raccontando la confusa altalena di emozioni del crinale tra un’amicizia e qualcos’altro. “The Silver Gymnasium” è una collezione di storie raccontate attraverso gli occhi di un ragazzino ancora sospeso nel limbo tra infanzia e adolescenza – “a little boy in a serious danger of getting old”, per usare le parole di Sheff in “Walking Without Frankie”. Senza idealizzare il passato, ma andando a cogliere anche tutto il suo bagaglio di rabbia e incertezze (“Show me my best memory, it’s probably super crappy”, confessa Sheff in “Pink-Slips”).
Come nell’affresco dei territori di una saga fantasy, il talento visionario di William Schaff (anche stavolta responsabile dell’artwork) rivisita Meriden in una mappa interattiva dove un videonoleggio può assumere i tratti della terra promessa e la cima di un albero può diventare la via di fuga per raggiungere Michael Jackson. Facendo di una cittadina di poche centinaia di abitanti l’universo incantato in cui si nasconde la chiave per andare alla scoperta della realtà.

“We can never go back, we can only remember”, proclama “Down Down The Deep River”. Eppure, lo struggimento di “It Was My Season” non è fatto di rimpianto: per dire tua una stagione, per dire che un momento ti appartiene davvero, occorre la semplicità di riconoscere quella corrispondenza che fa vibrare il cuore nel punto più acuto, il punto della mancanza. “Open up your heart, show me the place where love is missing”: è tutto qui, probabilmente, il segreto per restare sempre giovani. “Stay young, stay strong”. Domani può essere ancora la nostra stagione.

(04/09/2013)

  • Tracklist
  1. It Was My Season
  2. On A Balcony
  3. Down Down The Deep River
  4. Pink-Slips
  5. Lido Pier Suicide Car
  6. Where The Spirit Left Us
  7. White
  8. Stay Young
  9. Walking Without Frankie
  10. All The Time Every Day
  11. Black Nemo
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