Omar S

Thank You For Letting Me Be Myself

2013 (FXHE) | techno-house

A due anni dal monumentale “It Can Be Done But Only I Can Do It”, torna il sultano di Detroit, con una sterzata vigorosa. Addomesticate le sensuali provocazioni notturne del predecessore, in “Thank You For Letting Me Be Myself” si muove un’energia sudicia, impastata di sole, sali e sudore, dirty house, come si è già azzardato altrove.

Il groove sale in cattedra e detta legge, si snoda robusto e ammiccante in uno spettro stilistico vastissimo. Non mancheremmo di troppo tirando in ballo il termine “totalità”: totalità per le espressioni chiamate in causa (deepgarageminimal), per i riferimenti che innesca tra punti lontani sulla mappa, stilistica e geografica (Detroit, Chicago, Düsseldorf, Drexciya, Kraftwerk) e soprattutto per la quantità di livelli coinvolti, stimolando, spesso all’unisono, piedi, ormoni e immaginazione. Difficile non perdersi nella rovente accoppiata “Be Yourself” – “Rewind”, “mutante” e spacey la prima, trasognatamente sexy la seconda, esplicito invito ad abbandonarsi e a pigiare rewind la mattina successiva.

Omar si insinua facilmente in un rinnovamento della vecchia house, attaccando con ferocia i cliché presenti e passati, estremizzandoli, portando avanti la filosofia del "non mi importa di voi, faccio la mia cosa". E così saltano fuori le visioni transgenerazionali che pasticciano le cose, gli stomp di Green Velvet e i viaggi pianistici à-la Millsart su "The Shit Baby" e ancora l'insistenza techno della bassline di "Its Money In The D" che si scontra con la malinconia istantanea che il piano elettrico soulful suggerisce.

Il chicagoano non si è mai distinto per la sobrietà stilistica o per sapersi collocare agilmente all'interno di un "mercato di mezzo" che lo portasse a spasso in tutti i club del mondo, ha sempre preferito una visione personale quando anche discutibile del proprio universo musicale ma che sapesse essere una rappresentazione il più possibile dettagliata della sua persona. Come una volta? Come una volta.
Una generazione di producer afroamericani tra Chicago e Detroit ci hanno insegnato che si può essere allo stesso tempo talentuosi musicisti e insopportabili teste di cazzo. La tradizione continua.

(10/05/2013)

  • Tracklist
  1. I'll Bring U Ah Lil Sumpin Back
  2. I Just Want
  3. Air Of The Day
  4. Be Yoself
  5. Rewind
  6. The Shit Baby
  7. Helter Skelter
  8. Amalthea
  9. Tardigrade's
  10. Thank U 4 Letting Me Be Myself
  11. Ready My Black Asz
  12. Messier Sixty Eight
  13. DumpsterGraves
  14. Its Money In The D
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