Omar Souleyman

Wenu Wenu

2013 (Ribbon) | techno-dabke

Difficile non cadere in giudizi affrettati, illustrando un disco come “Wenu Wenu”. Difficile tenere la bilancia in misura tale da non lasciarsi prendere da quella superficiale euforia semplicistica da indie-hype lievitata attorno ad uno stravagante esordio de facto, per un’etichetta quotata con tanto di produttore di grido. Difficile, allo stesso modo, sul lato opposto, disfarsi del paraocchi della compagine più snob e purista, pronta a liquidare l’approdo dell’esotico riempipista ai distributori “occidentali” come un adulterio nei confronti della presunta autenticità delle sue produzioni prime, deliziosamente pregne del caldo e del sozzume tipico del fatt’in casa.
Insomma, a dispetto dei suoi intenti, il primo album di Omar Souleyman è tutto meno che un disco semplice da osservare con giudizio moderatamente lucido.

Ma partiamo dagli intenti, dunque. E vale la pena forse lasciare due righe sul percorso straordinario di questo singolare personaggio: arrivato alla musica quasi per caso, Omar Souleyman ha passato più di dieci anni a suonare party-music per matrimoni, combinando il tradizionale dabke – danza conosciuta in tutto il Mediterraneo orientale fino ai Balcani musulmani, frutto a sua volta di contaminazioni di vecchissima data – con sintetizzatori ed elettronica, registrando tutto in presa live e regalando poi un nastro agli sposi e rivendendo il resto per strada. Finché più o meno un lustro fa la micidiale miscela di Souleyman non raggiunse le orecchie americane prima (via Sublime Frequencies) e quelle europee poi, con la comparsata a numerosi festival e alcuni contatti e dimostrazioni di stima importanti.

Il dabke di Omar Souleyman è musica meticcia che marcia su percussioni asfissianti e velocissime, sorpassate in curva da synth unti e spiritati e inseguiti da incitamenti vocali esaltati a metà tra l’mc e il mughanni post-moderno. Cresce, a volte s’impenna nella sua reiterazione psichedelica dei motivi, salvo frenare di colpo, riprendere fiato e tornare nuovamente a danzare posseduta.
A ben vedere, un modello non lontano dagli schemi techno, manco a confermare la natura vasta ma non illimitata dei prototipi artistici umani. Impressione probabilmente intuita anche da personalità eccellenti come Caribou e Björk, che a Souleyman affidò a suo tempo il remix di una altrimenti dimenticabile “Crystalline”, e ultimo cronologicamente, Kieran Hebdan aka Four Tet, entusiasta di collaborare qui e ora con il clubber in turbante.

“Wenu Wenu” sembra quindi lavorare di associazioni e coincidenze: si tratta in qualche modo di collegare i puntini, allineare strutturalmente due espressioni con la comune categoria di base, l’upbeat, con Four Tet nei panni dello sporco co-alchimista in fondo non troppo fuori luogo (chi storce il naso probabilmente trascura il suo splendido lavoro per la serie “Dj Kicks”).
Scongiurando ogni timore di operazione-smacchiatore, Four Tet interviene con mano ombra percettibile appena nel suono più definito rispetto alle produzioni passate del siriano, aiutando nel facile lavoro di fusione tra le spedite ritmiche di tabla e i beat elettronici appena spostati sullo sfondo: il singolo “Wenu Wenu” è l’esempio più illustre del disco, procedendo decisa sul tipico Souleyman-duetto tra voce e synth con pulsare techno sostenuto – ma sempre discreto – e frantumi di “world music” a sorpresa. “Ya Yumma” infittisce ulteriormente le maglie ammiccando al dancehall e finanche al reggaeton, come più avanti la più liquida “Mawal Jamar”.

Ma quello di “Wenu Wenu” non è un significato unitario: Souleyman intende da sempre veicolare tra le righe un messaggio di empatica complicità, inter-culturale prima, scegliendo di cantare in tre lingue diverse (turco, curdo, arabo), ovvero i vicini immediati di una tesissima regione, fra stili e generazioni poi, strizzando l’occhio a l’arab-pop più speziato (da qualche parte tra gli archi in stile Najwa Karam sulle splendida “Khattaba” o la già citata “Mawal Jamar”) e di nuovo Four Tet che torna con impronta più pesante sulla conclusiva “Yagbuni”, tra sintetismi e stop&go, a chiudere formalmente il cerchio, con una nota di disorientamento.
È in questa prospettiva, in definitiva, che va compreso “Wenu Wenu”: musica da ballo di confine in ogni sua declinazione, coi neuroni a dimenarsi in circolo su binari incrociati, verso una meravigliosa e liberatoria estasi. Sul cammino di Souleyman, la pietra angolare più importante.
Astenersi puristi di sorta.

(01/10/2013)

  • Tracklist
  1. Wenu Wenu
  2. Ya Yumma
  3. Nahy
  4. Khattaba
  5. Warni Warni
  6. Mawal Jamar
  7. Yagbuni
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